Un compito che non è consentito disertare, di Luciano Iannaccone

“In una parola, ciò che l’anima è nel corpo i cristiani lo sono nel mondo… Così nobile è il compito che Dio ha loro assegnato che non è permesso disertarlo”. Così al capo VI di “A Diogneto”, gemma della letteratura cristiana antica, composto forse ad Alessandria, dov’era appena nata la famosa Scuola, verso la fine del secondo secolo.

Ci annuncia ciò che è essenziale per orientarci in modo netto nel dibattito in corso sul ripristino della Eucarestia domenicale. Che è per sua natura comunitaria: “là dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono  in mezzo a loro”. Il cristiano che partecipa al ricordo del sacrificio di Gesù che attualizza la Nuova Alleanza nella comunione con lui e nella liberazione dal peccato non compie qualcosa che riguarda soltanto i presenti ed i credenti. E’ coinvolto, come “servo inutile”, ma  chiamato comunque a far quanto deve fare, nella grande azione di liberazione del mondo che Cristo risorto opera con la forza dello Spirito.

Come per la città terrena è importante ed anzi indispensabile che, appena possibile nella adeguata sicurezza, opifici, cantieri e commerci riprendano il lavoro, la produzione e la vendita, così, con le eguali precauzioni imposte dalla pandemia, è servizio richiesto all’accadimento ed alla storia della comune salvezza che i cristiani la testimonino con costanza e perseveranza, innanzitutto nella spezzar del pane. Non appena possibile. E ciò diventi occasione per riconoscere, e forse scoprire, che “ciò che l’anima è nel corpo, i cristiani lo sono nel mondo”.

Non possiamo qui tentare neanche sommariamente l’esegesi di questa formula così ricca, per cui rimando al classico commento a Diogneto del Marrou, ma il dibattito di questi giorni offre la possibilità di riscoprire che una parola di Gesù è rivolta a tutti noi: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti preoccupi di troppe cose. Invece una sola è la cosa necessaria” (Luca, 10:41-42).

    

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