Un commento di Nino Labate sul cattolicesimo democratico

A voler banalizzare il confronto tra Franco Monaco e Stefano Ceccanti sulla corrente catto-renziana del Pd - cosa invece molto seria - verrebbe da dire che hanno entrambi ragione. Dando per scontato, conoscendoli bene, che tutt’e due si riferiscano a una corrente di idee e non di tessere. Secondo Monaco una tale corrente dovrebbe avere come riferimenti culturali e ideali, alcuni padri nobili del cattolicesimo democratico come, Moro, Dossetti, La Pira , Gorrieri. Stefano Ceccanti pur non disdegnando tali radici, auspica invece un catto-renzismo “vitale”. Mi pare cioè di capire un catto-renzismo che vive, respira e si confronta con lo spirito del nostro tempo storico e con istituzioni adeguate. E’ molto difficile non dare ragione a Monaco. Specie quando afferma che il Pd ha bisogno di “…profondità, visione e… ancoraggi ideali”. Non sono categorie da niente. Non c’è infatti dubbio che all’insegna di un renzismo pragmatico, tutto giocato sulla sua leadership e sul suo carisma di buon comunicatore che ama la velocità, ma che evoca una sorta di plebiscitarismo senza se e senza ma , ciò che sta a cuore a Franco Monaco è assente. La “rottamazione” che si percepisce è stata a tutto campo. Compresa la cultura della mediazione: quella che predilige lo studio, la riflessione, il minore male. Non escludendo la messa al bando del gioco di squadra che nella ricerca del bene comune scaturisce da una concezione comunitaria e anti individualista, oggi in pericolosa crisi con l’avvento del frammento narcisistico del selfie e del twitter, delle comunità virtuali dei social forum. Una prassi politica che ha sempre assegnato un ragionevole ruolo ai corpi intermedi, e che ha sempre distinto la necessaria decisione dal decisionismo come cultura permanente di governo e di partito. E soprattutto una tradizione che ha sempre privilegiato l’attenzione agli ultimi supportata dal solidarismo cristiano e da una laica lettura del Magistero sociale della Chiesa e del Concilio. A ben vedere , sono temi che conferiscono identità a un partito nella sua offerta politica. E sono percorsi che assegnano autorevolezza alla sua classe dirigente nell’elaborare e proporre idee, quando decide di non trovarle nella sondaggiologia, o metterle nelle mani di casuali primaristi. Se ci sono precise colpe per queste carenze esse cominciano nel non avere alimentato con una fondazione, una rivista, un giornale, una sede nazionale, questa cultura del dialogo, facendo subentrare un silenzio assordante sul prepolitico e sui percorsi formativi sino all’altro ieri fiore all’occhiello di tutto l’associazionismo cattolico oggi in incomprensibile ritirata dalla scena pubblica. Dove sta allora il punto? Secondo Stefano Ceccanti, che si riconosce perfettamente negli ancoraggi ideali di questa weltanschauung, bisognerebbe invece urgentemente fare i conti con una Nuova Polis. Da cui è forse ancora più complicato dissentire. Specie quando distingue lo Stato ( il ruolo dei diritti sociali e dell’intervento pubblico, degli stessi valori comunitari) dallo statalismo ( l’idea che allo Stato spetti un ruolo di gestione diretta dell’economia e che sia depositario di etica ); l’assistenza ( assicurare la giustizia sociale cara alla tradizione cattolico-democratica) , dall’assistenzialismo ( sedersi e aspettare che passi la befana statale). Ma il ragionamento di Ceccanti è ancora più pregnante. Perché il suo catto-renzismo lo declina sotto l’aspetto del riformismo e della cultura costituzionale nel suo “…combinato disposto tra riforma della costituzione e legge elettorale.” Non c’è dubbio che Ceccanti usi la leva delle regole e procedurale per riformare lo Stato e la democrazia, avendo come fulcro il quarto di secolo che è passato dalla caduta del Muro di Berlino. Mentre sembra, non solo a lui, che ancora vada digerita, se non rigettata, la democrazia compiuta auspicata da Aldo Moro con la sua Terza Fase, e che si dimentica che era lo stesso Dossetti, con tutta la sua comprensibile intransigenza, che chiedeva solo di non stravolgere la Costituzione, ma che non si scandalizzava se veniva adeguata . Mentre non fa parte di questa cultura quel presidenzialismo ammazza parlamento che avanza dietro le quinte, è però il bicameralismo delle calende greche che non trova molte resistenze ideologiche. Personalmente mi sarei solo aspettato un Senato elettivo con la presenza di uomini di cultura e studiosi previsti nella prima bozza. Si tratta allora di fare capire a Renzi che a partire da un comportamento meno scoutistico-autoreferenziale, una iniezione di valori della cultura cattolico-democratica dentro il Pd , tesa a sciacquare nell’Arno dei nuovi tempi quanto di meglio i vecchi ci hanno consegnato in tema di solidarietà e libertà, laicità e dialogo col mondo, significa solo arricchire il pluralismo culturale che partendo dall’Ulivo dovrebbe caratterizzare il Pd. Per il resto , i pensieri unici, il poco rispetto per le idee altrui, il ripudio del dissenso, è meglio lasciarli nelle nicchie più rovinose e centraliste della democrazia politica, che in attesa di trasformarsi definitivamente in democrazia del pubblico con il rapporto diretto tra leader e cittadini, senza corpi intermedi e con in mezzo solo e soltanto l’universo dei media , ci chiede fiducia e ottimismo nel collocare il partito politico al suo giusto posto e fare esercitare alla Politica il ruolo democratico che gli spetta. Nino Labate

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