Stato, Mercato, Costituzione: quale cattolicesimo democratico è vitale? Risposta a Franco Monaco

Il testo di Franco Monaco per c3dem sull’attualità della cultura cattolico-democratica e sulla sua connessione con la leadership di Matteo Renzi è a mio avviso la dimostrazione che le culture politiche non possono transitare così come erano da un sistema dei partiti all’altro. Se è vero infatti che per vari aspetti la cultura cattolico democratica, separata dallo strumento Democrazia Cristiana, e quindi dalla coabitazione forzata sotto lo stesso tetto col cattolicesimo conservatore, conosce una nuova vitalità insieme agli altri riformismi dentro il Partito Democratico, essa non può comunque coprire tutti i contenuti possibili con cui viene associata nel passato. Sul rapporto Stato-mercato mi sembra dica parole chiare il volume di Morando e Tonini sull’Italia dei democratici. Un conto è prendere sul serio il ruolo dei diritti sociali e del’intervento pubblico in economia, un altro è pretendere la continuità degli strumenti, in particolare dell’idea che allo Stato spetti soprattutto un ruolo di gestione diretta molto estesa, come nel noto discorso di Dossetti del ’51 tutto interno alla crisi delle culture stataliste di sinistra di matrice comunista e socialista, un altro conto è riadattare le visioni social-liberali (e cristiane) della Terza Via, per le quali le istituzioni incentivano, incitano, sollecitano, responsabilizzano. La prima via è obsoleta, la seconda è feconda. Stesso ragionamento sulla cultura costituzionale, che ha come concreto punto di caduta e cartina di tornasole il combinato disposto sulla riforma costituzionale ed elettorale. Le mediazioni estenuanti della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati di governo nel periodo post-degasperiano, l’inclinazione assembleare della forma di governo parlamentare, i poteri di veto abnormi concessi a soggetti extra-politici erano aspetti legati non alla cultura cattolico-democratica, ma all’impossibilità dell’alternanza. Non potendo cambiare i soggetti al Governo (che è il vero equilibrio dei sistemi parlamentari, affidato agli elettori), quelli dovevano essere vincolati a poteri di veto. Prendo solo invece qualche brano dalle tesi dell’Ulivo, primo passaggio di fusione delle culture riformiste: “ Dai partiti del passato che interferivano con la vita delle istituzioni si deve passare, anche attraverso nuove regole, a partiti programmatici che si impegnano a perseguire obiettivi di legislatura e che ne rispondono con un preciso mandato politico davanti ai cittadini-arbitri” (tesi 1). Tra le nuove garanzie per erano indicati, i “tempi garantiti all'opposizione nella programmazione dei lavori parlamentari” (tesi 2). Sul bicameralismo si diceva: “Il Senato dovrà essere trasformato in una Camera delle Regioni, composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali e possano quindi esprimere il punto di vista e le esigenze della regione di provenienza…I poteri della Camera delle Regioni saranno diversi da quelli dell'attuale Senato, che oggi semplicemente duplica quelli della Camera dei Deputati. Alla Camera dei Deputati sarà riservato il voto di fiducia al Governo. Il potere legislativo verrà esercitato dalla Camera delle Regioni per la deliberazione delle sole leggi che interessano le Regioni, oltre alle leggi costituzionali.” Se vitalità della cultura cattolico democratica significa richiamare questi parametri e quindi dare un giudizio favorevole delle riforme in itinere, va senz'altro bene, se invece, anche in nome di essa si intende supportare un nobile conservatorismo, che può essere tale in materia costituzionale tanto quanto nelle altre policies, viceversa anche questa cultura sarebbe parte del problema e non della soluzione.

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