Sinistra e tabù

E così dopo tre anni di per quanto precaria stabilità interna, cementata dal relativo successo esterno di Renzi e del suo governo, il PD torna a dividersi sonoramente. In parte è un film già visto: da un lato una sinistra incatenata alle appartenenze del XX secolo. Tutto compreso, dallo scissionismo al massimalismo. Dall’altro una sinistra che ha accettato la fine del secolo socialdemocratico e prova a navigare in mare aperto. In parte la sceneggiatura cambia in ragione del modo col quale si reagisce all’ondata populista della politics of anger. Ecco da un lato una sinistra che teme la concorrenza dei populismi, nascondendo a fatica l’imbarazzo di una evidente convergenza: cosa distingue Trump da Speranza o Farage da Hamon? Dall’altro una sinistra che sfida i populismi non inseguendoli sul loro terreno: è la linea di Macron e del dimenticato laburista David Miliband, assai distante dal fratello Ed che ha portato il Labour al disastro e alla leadership di Corbyn. Ma ci sono anche altre trame e altri miti nella fase che si è aperta dopo il 4 dicembre. C’è il triangolo commercio internazionale, diseguaglianza, globalizzazione, senza se e senza ma. Come se non ci fosse invece una diseguaglianza buona accanto a una cattiva, come se non ci fosse la tecnologia a rivoluzionare domanda e offerta di lavoro e quindi a generare nuove eguaglianze e nuove diseguaglianze. C’è il triangolo unione europea, euro, perdita di sovranità. Come se l’ipocrisia organizzata della sovranità, come la chiamano alcuni politologi, non fosse stata già da tempo smascherata dal tramonto dello stato. C’è il triangolo redditi del ceto medio, scivolamento verso il basso, svolta a destra. Come se la stratificazione sociale non fosse anche e soprattutto una questione di identità e non soltanto di soglia di reddito disponibile. E così via. Tra vecchi film e nuove trame resta il dramma di una sinistra che perde elezioni a ripetizione. Dopo gli anni del “nuovo centro” di Blair, Clinton e Schroeder abbiamo avuto solo buio. Con l’eccezione di Obama già malinconicamente metabolizzata. Questo è il punto: non la data del congresso del PD. Il punto è uno soltanto: le sconfitte e i tabù della sinistra. Affrontare i tabù vuole dire parlare con franchezza, cominciando dai punti più spinosi. Il “nuovo centro” ha concluso il suo ciclo, grande ciclo – altro che causa della crisi – ma ciclo terminato. La spinta della globalizzazione da sola non garantisce il grado di consenso necessario a governare. Dunque meglio chiudersi e riporre le proprie speranze nello stato? Al contrario è necessario mantenere e accrescere i livelli di apertura corredandoli di nuovi meccanismi di sicurezza. Il welfare che abbiamo garantisce in linea di massima quelli che stanno meglio e lascia indietro quelli che la distruzione creatrice mette temporaneamente da parte. Un mix micidiale. Stati e sovranità ci riporterebbero indietro generando chiusura, paura e impoverimento. Lucido coraggio dunque sull’Unione europea a proposito di immigrazione, difesa, moneta e banche. E sugli investimenti da fare per i grandi soggetti della crescita e dell’innovazione, le città. Il trionfo della città celebrato dagli economisti deve trasformarsi in una grande alleanza, a partire dal “pentagono europeo” Parigi, Londra, Amburgo, Monaco, Milano. Infine il chi siamo. L’identità non è sinonimo di chiusura ma ingranaggio delle istituzioni sociali che consente ai sistemi di funzionare. L’identità è allo stesso tempo regola del dialogo comunicativo e riconoscimento dei fondamenti del dialogo. L’identità è il contrario della neutralità. Su questi tre punti è assai probabile che la frattura destra / sinistra sia irrimediabilmente sorpassata. Abbiamo infatti una sinistra statalista e nazionalista esattamente simmetrica alla destra statalista e nazionalista. E’ altrettanto assai probabile che la nuova frattura passi da un’altra parte, intorno alla disponibilità all’apertura e al rischio mitigato da una rete di protezione, contro la chiusura e la garanzia immobile di quello che c’è.

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