Rodotà e la riforma del Senato: quando si cambia idea

Dopo il brillante post di Stefano Brogi di ieri su questo blog - a proposito della vecchia proposta monocameralista di Stefano Rodotà - rilanciato da Stefano Ceccanti e da “il Foglio”, sono apparse alcune difese della posizione di Rodotà, in ragione di una sua pretesa sostanziale continuità. L’argomento sembra questo: il tentativo odierno di difendere il bicameralismo attuale in fondo non sarebbe molto distante dal monocameralismo di allora perché quello prevedeva la costituzionalizzazione della proporzionale. La discontinuità sarebbe apparente e la continuità sostanziale. Difendere un modello di democrazia consensuale dalle minacce della democrazia governante competitiva. Nessuno contesta la continuità proporzionalistica di Rodotà, sulla quale il dissenso – sin dai tempi dei referendum elettorali – è quello sì assai stabile. L’argomento proposto non sembra però funzionare. La continuità non si può estendere al bicameralismo. Il testo del manifesto che denuncia una in realtà inesistente deriva autoritaria (sarebbero autoritarie tutte le forme di bicameralismo incongruent e asymmetric come le classificherebbe Lijphart – che invece si limita a definirle deboli) non fa nessun riferimento alla riforma elettorale. Parla solo di riforma costituzionale, una riforma autoritaria perché apre “la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo” e perché in essa vi sarebbero “poteri padronali” del Presidente del Consiglio. In realtà, in misura assai più contenuta che non in tutte le forme di governo primoministeriale di parlamentarismo razionalizzato: c’è solo il voto a data fissa che il Governo chiede e su cui vota la Camera. Per dirla tutta, un punto debole della riforma stessa. Quindi se la difesa di Rodotà prende le distanze dalla riforma per lo squilibrio che si crea in virtù dell’Italicum lo dica ai redattori del manifesto che invece non ne parlano. E spinga poi per un aggiornamento di quel testo. Non si deve poi dimenticare che la proposta di Rodotà a metà degli anni ottanta non costituzionalizzava affatto la proporzionale pura, ma solo un riferimento ai “principi della rappresentanza proporzionale”, cosa che è pienamente compatibile anche con sistemi proporzionali corretti con sbarramenti, con premi,  con collegi ridotti, con formule elettorali del divisore. Al limite persino con l’Italicum. Basti pensare alla Spagna che costituzionalizza il riferimento alla proporzionale e poi consente che con il 40% dei voti si produca una maggioranza assoluta in seggi. In altri termini dentro i vincoli di quel progetto non sarebbe affatto escluso che emerga nell’unica Camera una maggioranza di un solo partito o comunque di una piccola coalizione, determinando effetti del tutto analoghi a quelli criticati per l’intreccio tra l’Italicum e il bicameralismo asimmetrico proposto oggi dal Governo. Quello che lascia perplessi non è tanto una proposta o l’altra, il grado di continuità o discontinuità: si può discutere il grado di equilibrio di un sistema o di un altro e quindi preferirne uno o un altro e anche cambiare parere. Quello che non regge è la scomunica della posizione avversa. Non si può con troppa superficialità bollare tutto ciò che non si condivide come autoritario. Insomma il dibattito va svolto usando argomenti appropriati, praticando il confronto e armandosi di una buona base comparativistica.  La vocazione civile del giurista, per usare il titolo di un bel libro dedicato alla parte migliore di Rodotà, i suoi studi privatistici, è proprio questa. E soprattutto il dibattito va depurato dagli anatemi. Chi li lancia rischia di potersi vedere a sua volta criticato per proposte che - formulate in altri tempi - non sembrano poi così dissimili per natura da quelle odierne.    

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