Ridurre il danno

Unfit to lead Italy. Era il titolo di un editoriale di The Economist. Mandò su tutte le furie Berlusconi ma dava voce alle forti perplessità internazionali di fronte all’ipotesi di una nuova stagione berlusconiana. Run, Mario, run - dice oggi il solito The Economist. Ma in base ai sondaggi è Bersani il più probabile nuovo primo ministro. Monti lo segue a distanza e, in ogni caso, sarebbe buona cosa salvare quel minimo di razionalizzazione del parlamentarismo italiano che ancora si può salvare, così il leader del partito che arriva primo diventa premier anche nel caso di un governo di coalizione. E’dunque Bersani fit to lead Italy? La competizione elettorale, le decisioni dei governi e la loro messa in opera dipendono da una molteplicità di fattori, spesso difficile da leggere e altrettanto ostica nel rivelare precise catene causali. Cosa dipende da cosa? E’ buona norma non assolutizzare nessun elemento tra i tanti. E tuttavia indagare su come viene spiegata la situazione del paese e sulle ricette proposte è di grande utilità per giudicare la credibilità di una politica. Il giudizio deve essere sì sui fatti, retrospettivo (cosa si è fatto) e prospettico (cosa è probabile si riesca a fare). Allo stesso tempo, considerando che spesso si ritiene che gli interessi abbiano la prevalenza sulle idee quando invece non ci si accorge di essere schiavi di qualche teorema, non è inutile un’incursione nel campo delle idee. Il bersanismo ha le idee piuttosto chiare. Sono le idee sulle quali ha fatto il pieno dell’elettorato della sinistra tradizionale nel corso delle primarie. Bersani le elenca nel suo stile prudente e pragmatico, altri nel PD (basta leggere Fassina o D’Alema) sono più diretti ma la sostanza non cambia. Il bersanismo è fatto di allarmi. Verso il pensiero unico del liberismo, lo strapotere dell’economia finanziaria sull’economia reale, l’illusione dell’efficienza dei mercati, la sostituzione della politica industriale con le politiche della concorrenza, l’Europa tecnocratica del rigore, la personalizzazione della politica, il partito elettorale, il populismo, il riformismo cristianamente ispirato che ha accettato la sfida del mercato e della società aperta. Non solo, anche verso la sinistra liberista, Clinton, Schroeder, la strategia di Lisbona, Blair “che ha finito per accodarsi all’avventura di Bush”. L’obiettivo è altrettanto chiaro: riportare ideologicamente la politica alla guida della società. Un po’ come dice Tremonti. Cosa unisce tutti questi allarmi? Non basta dire “un profumo di sinistra”. No, tanto per cominciare Tremonti non è esattamente sinistra. E d’altra parte è difficile negare questa collocazione a Blair, Schroeder e Clinton. Il filo rosso è il primato della politica e di alcune sue forme organizzate – il partito strutturato e socialmente insediato - l’attribuire alla politica una razionalità sociale più larga, capace di “governare” dove altri creano disordine, di garantire il “bene comune” dove altri coltivano interessi di parte, di portare “giustizia” dove altri alimentano diseguaglianza, di produrre “collettivo” dove altri seminano individualismo. Ma la politica non può essere tutto questo nella società globale del XXI secolo. Innanzi tutto perché essa stessa non è immune dal rischio di perseguire interessi di parte, tanto che giunge a legarsi le mani per evitare di farlo come nel caso della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio. Non può dunque vantare alcun primato morale. E poi perché gli ordini sono molteplici, i beni comuni sono molteplici, le sfere di giustizia sono molteplici, la personalizzazione va addomesticata non negata (magari negata solo a parole), il populismo è – in certe dosi – impastato con la democrazia. E ogni ordine, ogni bene, ogni sfera ha il suo posto nel governare, nel perseguire il bene comune, nel garantire la giustizia. In una società poliarchica non c’è spazio per il primato di nessuno. Può questo pensiero unico del “primato della politica” governare con successo il paese? Quasi certamente no. Anche il bersanismo è unfit to lead Italy? Alla luce di un sano realismo è opportuno allargare il discorso secondo una prospettive riformista cristianamente ispirata. Se il quadro ideale è questo, quali sono gli esiti elettorali prevedibili che ne possono attenuare gli effetti negativi? Quattro sembrano gli scenari, in ordine decrescente di probabilità. Bersani vince alla Camera ma non al Senato e Monti è determinante per la formazione del governo. Bersani vince sia alla Camera che al Senato. Bersani vince alla Camera ma al Senato non è sufficiente neppure un’alleanza Bersani - Monti. Berlusconi vince le elezioni. Mettiamo subito da parte il quarto scenario. In qualsiasi democrazia, indipendentemente dal grado di responsabilità soggettiva o dalle colpe dei partner della coalizione, l’elettorato punisce un governo come quello che Berlusconi ha guidato fino al 2011 anche per colpe non sue. Lo punisce per una sorta di regola implicita del sistema, basti pensare a casi come quelli di Major e Sarkozy. Ed è giusto che sia così. Il giudizio deve anzitutto essere retrospettivo, popperianamente per mandare a casa il governo che si sia dimostrato inefficace, non solo per scegliere il migliore per il futuro ignorando il passato. Restano gli altri tre scenari che, per effetto del sistema elettorale del Senato e della regionalizzazione del premio di maggioranza, ruotano tutti attorno all’esito del voto al Senato. Questo voto è dunque l’effettiva posta in palio, dando per assai improbabile il secondo posto di Bersani alla Camera. Per attenuare gli effetti negativi la deriva del pensiero unico del “primato della politica” deve essere contenuta. To lead Italy ci vuole altro. Dunque delle due l’una. O una volta al governo Bersani “silenzia” il sistema dei suoi allarmi, e si sposta su una diversa visione più realistica e complessa. E quanto va facendo Hollande che certo non deve subire i vizi del parlamentarismo (ancora vivi nel nostro caso) e dispone di un quadro costituzionale da democrazia governante (giustamente personalizzato). E’ però molto rischioso scommettere sulla conversione del bersanismo. Quali interessi potrebbero produrla dal suo interno? Gli azionisti di controllo della “ditta” sorvegliano rigidamente il campo. Sarà dunque la realtà ad incaricarsi di mostrare i limiti e i danni del bersanismo. La necessità di un cambio di visione sarà di nuovo pagata dal paese e gli elettori dovranno presto tornare a dire la loro. In ogni caso Bersani dovrà fare più di un passo indietro. Oppure si inseriscono da subito robusti bilanciamenti nei rapporti di forza, costringendo il bersanismo a fare i conti con gli spezzoni di riformismo liberale “credibilmente” presenti altrove. Non con pezzi vaganti del cosiddetto “centro” ma con idee e interessi organizzati che esprimono una chiara convenienza al cambiamento. Allontanando così il rischio di un monocolore bersaniano. Una soluzione imperfetta, non in linea con il quadro bipolare,  anche se - a quel punto - esito di un mandato elettorale pur se implicito, lontana anche dai pregi di una limpida logica di grande coalizione. D’accordo, ma una soluzione realistica, una riduzione del danno. Una soluzione “a doppio tutore”: il tutore europeo e il tutore riformista nazionale. In attesa della guarigione. Il dilemma è tutto qui. Come usare il voto al Senato per ridurre il danno. La Camera a Bersani, Monti al Senato.

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