Renzi, le politiche e la politica.

E’ del tutto normale che l’attenzione verso il governo Renzi sia in queste settimane concentrata sulle policy. Le politiche fiscali, il mercato del lavoro, i negoziati con gli organi di governo europei. Renzi sfrutta la luna di miele con l’elettorato, si muove lungo la linea di frattura tra garantiti e non garantiti, mette da parte le ideologie di destra e di sinistra. Tutto secondo copione. Gioca sull’immagine di un premier che cambia ristrutturando il campo da gioco e che non si limita a fare al meglio la partita di sempre. E’ normale che sia così, l’immagine è una potente “scorciatoia cognitiva” per l’elettorato del XXI secolo, tanto quanto lo erano le identificazioni con le ideologie politiche e i partiti per quello del novecento. Attraverso l’immagine si fabbrica e si restituisce una sintesi delle policy che si intende realizzare e ci si impegna di fronte agli elettori a fare i compiti. In attesa del loro giudizio. Naturalmente il gioco non può essere protratto oltre un certo limite: l’immagine rischia di trasformarsi in semplice retorica del cambiamento. E tuttavia la questione cruciale, giunti a questo punto, non sta nel rischio dell’involuzione retorica. Sta al contrario nell’illusione dell’autosufficienza delle policy, in altre parole nel rischio di immaginare che le policy possano conseguire risultati senza un parallelo mutamento dell’assetto istituzionale. Regole istituzionali inefficienti rallentano e ostacolano la possibilità di formulare e mettere in opera policy di cambiamento. E spingono, queste sì, all’involuzione retorica. Non è dunque Renzi che rischia di vendere solo parole: sono le regole costituzionali e quelle elettorali a costringere i leader politici a vendere parole. Il gioco della politica torna così alla casella di partenza, la stessa da 20 anni a questa parte. Ad oggi Renzi si muove nel quadro di un governo di coalizione in bilico tra la resistenza di un pezzo del PD e l’opportunismo dei neocentristi di turno, privo di una legittimazione elettorale diretta, esposto ai trucchi delle tattiche assemblearistiche dei gruppi parlamentari, in perenne navigazione tra maggioranze diverse tra Camera e Senato, non ultimo costantemente monitorato da una presidenza della repubblica in parte indebolita, per effetto del consenso mediatico del premier, e in parte pronta a fare largo uso dei suoi elastici poteri. Si tratta di un elenco che ripropone tutti i nodi irrisolti del traballante parlamentarismo all’italiana. Piccoli partiti in grado di condizionare le scelte della maggioranza degli elettori e di paralizzarne il potere di indirizzo politico, a beneficio di interessi che spesso coincidono con gli interessi dei ceti politiche che li rappresentano. E dunque piccoli partiti in grado di gestire benefici sproporzionati rispetto a spesso miseri consensi elettorali. Impossibilità per il premier di far valere il peso di un consenso direttamente acquisito presso l’elettorato, capace quindi porlo in condizione di sfidare i poteri di veto degli interessi organizzati e di rappresentare, nel gioco delle decisioni pubbliche, anche gli interessi diffusi. C’è poco da fare: il consenso mediatico segue quello elettorale e non può sostituirlo. Permanente debolezza dell’esecutivo nei confronti dei giochi dei gruppi parlamentari, della loro capacità di moltiplicazione opportunistica, delle loro mire ministeriali e di sottogoverno, un quadro tollerato da regolamenti parlamentari certo riformati ma ancora in modo insufficiente. Senato pronto alla battaglia campale per la difesa del proprio potere di veto, giustificato nelle forme più improbabili, da ultimo la difesa dei diritti fondamentali regolati sì da legge ordinaria – quindi assegnabile alla Camera nel quadro riformato – ma dotati di rilievo costituzionale che ne imporrebbero la disciplina con legge bicamerale. Un Presidente della Repubblica incorniciato in un ruolo esposto a costanti tentazioni dualistiche nelle quali si pretende che il governo sia allo stesso tempo coperto dalla fiducia parlamentare e, in un modo o nell’altro, anche di quella presidenziale. Senza riforme costituzionali ed elettorali non c’è cambiamento di policy che possa reggere le sfide di medio periodo degli interessi organizzati. Dalla riforma del mercato del lavoro al taglio della presenza dello stato tutto finirà nel tritacarne del governo spartitorio. Come nelle fasi peggiori della prima repubblica.  

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