Renzi come Craxi?

La fine del governo Letta dimostra quanto si è detto e scritto ripetutamente da più parti. In un sistema che si vuole di democrazia immediata la coincidenza tra capo del partito di maggioranza e premier non è un’ambizione leaderistica ma un’esigenza strutturale del sistema. La si può naturalmente ignorare, come hanno fatto Napolitano, D’Alema, Monti, Letta e altri con loro ma, prima o poi, i nodi vengono al pettine. E il riallineamento diventa inevitabile, sia che si passi per la via maestra delle nuove elezioni sia che si sostituisca – in corsa - il premier “su delega” con un premier in servizio effettivo come capo del partito. Da questo punto di vista l’ascesa di Renzi è una vittoria dei riformisti contro tutti coloro che si attardano su posizioni veteroparlamentaristiche. Posizioni che, nel caso della sgangherata forma di governo sperimentata dal 1992, finiscono con l’allearsi con i custodi dell’interventismo del Presidente della Repubblica. Ancora in questi giorni attivamente impegnato nel tracciare i confini del nuovo esecutivo e dei rapporti con la sua maggioranza parlamentare. Ma la vittoria dei riformisti è solo a metà o forse ancora più piccola. Renzi non ha vinto le elezioni. Si è preso il PD – quello leggero e liquido delle primarie, bellissimo: ma gli italiani che votano sono 35 milioni non 3 – ha stretto un’alleanza a metà generazionale a metà di interesse con pezzi dell’apparato che l’avevano scaraventato fuori dalla corsa non più di 14 mesi fa. Conta su pezzi dei gruppi parlamentari che sono lì grazie a quell’apparato. E che sono stati eletti per gestire una linea politica opposta alla Leopolda. Un’operazione oligarchica altro che democrazia immediata. Ora mette in piedi un governo di coalizione in cui la politics è dalla sua ma le policy rischiano di restare per aria. Sulla riforma elettorale e costituzionale dovrà tentare l’ennesima riedizione del gioco dei due tavoli - al governo con Alfano ma la riforma elettorale si fa con Berlusconi - che come ampiamente provato in passato sappiamo non poter funzionare. Si vedano le nuove resistenze di Alfano sulla riforma elettorale. Sulle politiche di finanza pubblica dovrà imporre ben più che l’applicazione di clausole di flessibilità alla Commissione portando sul tavolo tagli di spesa, razionalizzazioni e tasse più basse. Non è difficile immaginare gli strepiti della sinistra e dei centristi. Molti di loro sono in Parlamento solo per resistere a tagli e razionalizzazioni. Sulle politiche fiscali dovrà abbandonare il gioco delle parti di Letta e Saccomanni e tagliare dove i tagli servono a incentivare gli investimenti, altro che IMU. E se è vero che la politics determina le policy è anche vero che le policy diventano spesso trappole. E a quel punto non c’è politics che tenga. Si rischia la fine di Fanfani, altro che Tony Blair.

Cosa resta? Un tentativo di scavalcare il blocco conservatore (vecchia sinistra, piccoli partiti centristi con l’inevitabile sponda quirinalizia) è ancora possibile. Renzi formula il suo programma della Leopolda, sceglie i ministri e va in Parlamento. Tutti i voti a favore e di astensione sono buoni per avere una maggioranza. Prendere o lasciare. Leopoldo Elia scriveva che il ruolo del Capo dello stato termina con la scelta dell’incarico. Anche Scalfari sarà d’accordo. Altrimenti la trappola è pronta a scattare. E Renzi rischia di diventare non un secondo Berlusconi ma un secondo Craxi.
 

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