Primarie Pd: regole e contenuti, Carlo Fusaro dal Corriere Fiorentino

In tempi non sospetti (9 ottobre 2012) questo giornale aveva segnalato la questione che è scoppiata all'indomani dell'esito del primo turno della primaria di "Italia bene comune": una volta affermatasi la linea restrittiva della previa registrazione degli elettori con tanto di certificato, se uno non si è registrato entro il primo turno o, avendolo fatto, non ha completato la registrazione (perché quella via internet non era sufficiente, anche se poi al seggio si aveva la precedenza) o, ancora, semplicemente non è andato a votare perché malato, trattenuto da altri impegni, in ritardo o semplicemente incerto, può votare al solo ballottaggio? Come dire: il ballottaggio si fa solo fra gli elettori del primo turno o si fa fra tutti i cittadini disposti a fare la celebre dichiarazione di sostegno a "Italia bene comune", a pagare un euro e a fare la coda al seggio? Qui ci sono due questioni diverse: una è la faccenda delle regole e della interpretazione di esse. L'art. 14 del regolamento della primaria non prevede particolari oneri: dice testualmente che «possono altresì partecipare al voto coloro che dichiarino di essersi trovati, per cause indipendenti dalla loro volontà, nell'impossiiblità di registrarsi... entro il 25 novembre» (e che lo facciano dopo, naturalmente). Sembrerebbe la classica autocertificazione, come confermato da una delibera del coordinamento nazionale (la n. 21). Senonchè lunedì 26 una nuova delibera (la n. 25) sembra aver aggiunto un paletto non da poco: all'ufficio presso il quale l'assente il 25 deve andare a registrarsi (e già questo è un collo di bottiglia non da poco! perché non al seggio?), «spetta... valutare la consistenza o meno delle cause...» per cui l'elettore non si è iscritto. Un potere non da poco, se si considera che de due candidati, uno gode dell'aperto sostegno di tutte le strutture del Pd, l'altro no. Ma soprattutto un'imprevista integrazione che conferma la fastidiosa sensazione (più di una sensazione) che - lungi dal modello delle primaires citoyennes dei socilaisti francesi (paradossalmente copiate dalle nostre!) - pur di far vincere uno dei due si preferisca restringere la partecipazione (salvo poi bearsi di essa quando, nononostante tutto c'è) che allargarla come sarebbe nell'interesse del partito e della coalizione. Invito per assaporare la differenza ad andare sul sito delle primarie francesi di cui dicevo. Le loro un trionfo della ricerca dell'inclusione, le nostre un piccolo sbarramento di fastidiosi paletti. (Premesso che io non ho fatto vera coda, però completare la registrazione on line non m'era riuscito: avrei dovuto andare in una certa Casa del popolo il giovedì precedente fra le 21 e le 22!). Ma c'è poi grande come una casa la questione sostanziale. E lì non si scappa: la contraddizione è insita nel meccanismo stesso della primaria. La vogliamo per selezionare il candidato più adatto per rilanciare il partito ora e vincere le elezioni "vere" poi (sfondando nell'elettorato incerto e meno tradizionale della sinistra), o la vogliamo per legittimare un leader interno al campo del centro-sinistra considerando tutti gli altri potenziali inquinatori della purezza di una scelta che sarebbe meglio restasse "fra noi"? Renzi il rinnovatore, la faccia nuova di un partito democratico senza altri aggettivi (certo: un po' all'americana); Bersani l'interprete di una continutà non chiusa al rinnovamento (ma certo: con tanta conservatrice prudenza) che promette una specie di socialdemocrazia italiana (il che non è comunque da disprezzare!), rappresentano soprattutto, al di là degli strumentalismo, due strade davvero alternative, come nel partito democratico Usa del mitico '68 Eugene MacCarthy (41 anni) e Lyndon Johnson (60)! Allora vinse Johnson. Agli elettori registrati e registrandi del  centrosinistra decidere cosa preferiscono per l'Italia di oggi: i  rischi del coraggio o i rischi della continuità.

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