Piccole lezioni americane

Temuto, quindi non impossibile. Esorcizzato ma forse per questo non capito fino in fondo. Ingigantito anche in ragione di una scarsa fiducia nella solidità delle istituzioni politiche usa. Ora però con realismo dobbiamo farci i conti. E prima ancora che con Trump li dobbiamo con la coalizione di interessi, di umori, di atteggiamenti che lo ha sostenuto. Un po’ come dobbiamo (ancora) fare con Brexit. Quattro strategie retoriche si contendono il campo nel dibattito italiano. I neofiti entusiasti, quelli del “ora gliela facciamo vedere”: basta euro, basta immigrati, basta con il politicamente corretto, riprendiamoci il controllo del paese. E così via. In realtà Trump amplifica alcune tra le correnti carsiche della politica usa: il populismo anti establishment, il mito dell’individuo minacciato dalle grandi organizzazioni, l’isolazionismo nazionalista. Niente di nuovo dunque: come diceva Keynes, gli uomini politici che si credono liberi da ogni influenza intellettuale sono spesso schiavi di qualche economista defunto. Dall’altro lato i catastrofisti che deprecano la democrazia americana che fa vincere tipi alla Trump e prevedono nuovi muri, intese con gli autoritarismi, dosi massicce di isolazionismo: magari sono gli stessi che hanno disprezzato per anni l’interventismo liberale americano. La scarsa fiducia nella democrazia americana, che sa mixare capacità di governo e equilibrio delle forze, la fa in questo caso da padrona. Ci sono poi i razionali, quelli del Trump sgradevole ma esito di un’oscillazione prevedibile nella storia politica americana. Oggi è maggioritaria the politics of anger e solo Trump l’ha capito fino in fondo. Normale dunque che l’elettorato l’abbia premiato, seppure senza prenderlo alla lettera. Il punto è l’estensione crescente della politics of anger – da Brexit a Grillo – e il fatto che a oggi la visione democratico liberale non abbia argomenti convincenti per elaborare risposte. E infine gli “avete visto che l’usato sicuro non funziona”. Come a dire: i democratici americani anziché puntare su novità disruptive (non certo Bernie Sanders, sia chiaro) hanno giocato la carta della continuità, sperando che il grazie al passato si trasformasse in un si al futuro. Anche se, a dire il vero, veri candidati alternativi alla coppia Clinton Sanders non sono mai venuti fuori durante le primarie. E l’unico (il governatore del Maryland) si è ritirato dopo il fiasco dell’Iowa a febbraio. E’ vero che la pulsione anti establishment non è una novità della politica usa, e soprattutto non è una novità che possa essere ricondotta solo alle politiche a favore del mercato e della globalizzazione degli ultimi 30 anni. L’individualismo, il rifiuto del sistema finanziario, la rivolta contro le organizzazioni politiche egemonizzate dalle oligarchie di partito sono tutti ingredienti antichi del sentimento politico americano. Nel tempo gli Stati Uniti hanno elaborato, definito e messo in atto innovazioni istituzionali con le quali, in campi diversi, dare risposta a queste pulsioni: in questo modo, tra l’altro, nacquero le primarie per la selezione dei candidati alle cariche politiche, le commissioni indipendenti per la regolazione di settori delicati della vita economica nei quali l’intrusione della politica o il solo libero gioco delle grandi imprese non dava risposte agli interessi dei cittadini, la legislazione antitrust. Come dire: l’innovazione istituzionale è la chiave per rispondere alle tensioni tra gli interessi non organizzati (e quindi deboli) dei molti e quelli organizzati (e quindi più forti) dei pochi. Allo stesso modo anche la pulsione isolazionista è antica quanto la storia statunitense. Anzi si potrebbe dire che l’anima globale e interventista abbia prevalso solo recentemente, se guardiamo ai cicli della storia americana. Anche in questo caso, seppur segnato dalla strutturale differenza tra il gioco politico nazionale e quello internazionale, è stata l’innovazione istituzionale a combinare nazionalismo e responsabilità globale. E dopo la stagione della chiusura protezionistica degli anni tra le due guerre mondiali del secolo scorso, una sagace combinazione di multilateralismo politico, apertura commerciale e uso della forza nell’ambito del diritto internazionale, ha saputo costruire l’equilibrio nel quale ancor oggi – nonostante tensioni e retromarce – ci troviamo. Quali lezioni italiane dunque dal voto americano? Il vero punto di domanda è la qualità e la serietà della risposta alla politics of anger. Serve infatti non una risposta di opportunistico posizionamento politico ma una risposta di lunga durata che, senza le illusioni conciliatoriste degli anni novanta, faccia ripartire il cammino della democrazia liberale, il cammino in grado di generare libertà e crescita economica per tutti. Forse sappiamo bene, per il momento, quello che non dobbiamo fare: non ancora quello che dobbiamo fare. Un primo punto: mai più senza una strategia per affrontare la politics of anger. Non è una strategia snobbare elitariamente la demagogia e il populismo: nella democrazia liberale ha ragione chi vince e non vince chi ha ragione o pensa di averla. Altrimenti non sarebbe una democrazia ma un’aristocrazia di intellettuali liberal, professori universitari o direttori di giornali. E la strategia non può che essere nel senso dell’apertura, un’apertura che sia tendenzialmente per tutti, nei fatti e non solo a parole. Una strategia fatta di molti si e di pochissimi no. Una strategia che costruisca un linguaggio, una retorica della democrazia liberale in grado di fare i conti con le pulsioni democratiche ma non certo liberali che innervano la politics of anger. Un secondo punto: mai rinunciare al rinnovamento della classe politica. Nei sentimenti della politics of anger il cambiamento della classe politica è quasi un fine in sé. Può non piacere ma è così. Non fornisce certo la risposta ma ne costituisce un presupposto essenziale. Mai usato sicuro dunque è una lezione di cui fare tesoro. E infine: mai affrontare la politics of anger con istituzioni politiche deboli, incapaci di decidere, impigliate nelle sabbie mobili della negoziazione infinita. Le transizioni istituzionali che non si chiudono sono il modo peggiore per far fronte ai rischi del populismo e della demagogia. E le transizioni non si chiudono tornando al punto di partenza, perché quel punto in cui si sono risolti i problemi di 70 anni fa non sarebbe certo equipaggiato per risolvere quelli di oggi.

Condividi Post

Commenti (0)

Lascia un commento