Palude, populismo e SI: ancora su Franco Monaco

Il confronto tra il Sì e il No al referendum è stato molto serrato, anche duro in qualche caso. Non conviene trasformare questa fase di confronto democratico in una resa dei conti, a maggior ragione se i conti vengono fatti male. Se poi questa resa dei conti viene iniettata in dosi consistenti nell’arcipelago del mondo cattolico le cose si complicano ancora di più. Qui infatti il riformismo istituzionale ha una lunga storia, molte tradizioni intellettuali, diverse stagioni e diverse generazioni. Etichettare tradizioni, stagioni e generazioni come di destra o di sinistra è un esercizio prima di tutto inutile per il paese e in secondo luogo di grande impoverimento per chi lo pratica o inavvertitamente vi finisce dentro. Come se tra l’altro destra e sinistra fossero categorie morali. Visto che abbiamo accennato alle tradizioni intellettuali e alle generazioni una prima considerazione va fatta. La cultura costituzionalistica italiana si è divisa principalmente lungo una frattura di tipo generazionale: il mito della costituzione resta tale anche dopo la vittoria del NO. Quel mito è infatti essenzialmente generazionale e non ci sono scomuniche intellettuali che possano attenuare quanto avvenuto. I primi a saperlo sono i costituzionalisti del NO che hanno trasformato il dissenso rispetto alla proposta del governo in una battaglia di tipo morale, confermando azionismo e dossettismo come principali matrici intellettuali del conservatorismo costituzionale. Una forma di conservatorismo estranea perfino a Dossetti di cui sembra si tenti a tutti i costi di ignorare il giudizio sulla seconda parte della costituzione e sul bicameralismo come strumento di garantismo eccessivo legato a una precisa fase storica del paese. E prima ancora una forma di conservatorismo estranea ai costituenti che videro con lucidità come bicameralismo paritario e forma di governo parlamentare senza razionalizzazioni rischiavano di condurre la Repubblica, terminata la fase del reciproco sospetto tra i grandi partiti, ad affondare nelle paludi del parlamentarismo come le immagini di questi giorni tra consultazioni e governi di scopo confermano malinconicamente. Il conservatorismo che ha strutturato la frattura generazionale non ha e non avrebbero certo interessato i maestri – non a caso non giuristi - che hanno costituito il riferimento di tutta la stagione fucina degli anni Ottanta, da Pietro Scoppola a Roberto Ruffilli, i cui contributi alla genesi di questa riforma abbiamo qui ricordato recentemente. Il passaggio dalla repubblica dei partiti alla repubblica dei cittadini e il richiamo alla necessità di avere una democrazia funzionante che superi il deficit di decisione non sono gli esiti di una fascinazione liberista o luhmaniana, quanto il meditato giudizio che storici delle istituzioni del paese affidavano ai loro libri già 30 anni fa. Difficile infatti etichettare come fascinazioni liberiste o luhmaniane elaborazioni del tutto coerenti con gli spunti dell’insegnamento sociale della Chiesa, dal riconoscimento del libero mercato come strumento più efficace per “collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni” sia a livello nazionale e sul piano globale, come in Centesimus Annus n.34, alla identificazione di un ordine differenziato e poliarchico per il governo della globalizzazione richiamata in Caritas in Veritate n.57. Elaborazioni che fanno a pieno titolo parte della cultura del cattolicesimo liberaldemocratico di sinistra. In democrazia ha ragione chi vince e non viceversa. Il giudizio democratico sulla proposta del governo è senza appello. Ma chi perde non perde le ragioni della propria proposta né chi vince vede la trasformata la propria in verità. La realtà che abbiamo sotto gli occhi a partire dal 5 dicembre non ha bisogno di spiegazioni: il ritorno della palude parlamentarista, dalla quale non sono certo i riformisti a trarre vantaggio. La sconfitta di azionismo e dossettismo costruì il regime liberaldemocratico nel dopoguerra. L’alleanza tra azionismo, dossettismo e sinistra post comunista ha oggi dato una mano al consolidamento dell’egemonia populista che nasce dalla debolezza della politica, cioè esattamente dalla mancanza di una democrazia decidente.

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