padre Occhetta sul referendum in avvenire del 13.09.2016

Referendum, «non è un voto politico» Roberta D'??Angelo 13 settembre 2016 La necessità di riportare il dibattito sulla riforma costituzionale nel merito la aveva avvertita dall’inizio. A maggio padre Francesco Occhetta, redattore del quindicinale dei gesuiti italiani La Civiltà cattolica (le cui bozze vengono tradizionalmente riviste dalla Segreteria di Stato), lo aveva scritto in un editoriale, da cui esprimeva un parere favorevole alle nuove regole costituzionali. Oggi, a fronte dello scontro politico sul referendum, vede un dibattito di merito che interessa molto di più gli elettori. Lei ha scritto che l’appuntamento referendario non è "un voto favorevole o contrario al governo". Ma quali conseguenze ci sarebbero se vincesse il No? è qualcosa di più e di diverso, che riguarda l’identità e la qualità della democrazia italiana. Se vincesse il No rimarrebbe tutto invariato: il bicameralismo perfetto che è un unicum in Europa, il Senato di 315 senatori, i lunghi tempi per approvare le leggi, il peso dei decreti legge con cui il governo da anni 'pilota' il Parlamento, rimarrebbe il Cnel, e continuerebbe il complesso rapporto tra le competenze dello Stato e le Regioni che ha aumentato il lavoro della Corte Costituzionale. Cosa c’è in gioco per il Paese? Il 'come' si deve governare: la semplificazione delle procedure, lo snellimento del numero dei deputati, (in parte) i costi della politica e un aumento degli strumenti di democrazia diretta ai cittadini. La Costituzione è una sorta di bussola che orienta il cammino di un popolo. Ma non è un testo sacro, accompagna l’evoluzione della cultura e respira del suo ossigeno. Ci dobbiamo chiedere: quale Paese vogliamo consegnare alle giovani generazioni? C’è chi paventa una svolta autoritaria. Crede sia un timore fondato? Non mi sembra. Il rischio di una svolta autoritaria potrebbe accadere anche con le regole attuali, ma attiene agli uomini e non alle regole. In questa riforma si privilegia la governabilità ma si lasciano invariati gli organi di controllo e di garanzia. Diversa era la riforma del 2006 in cui il premier veniva investito del potere di nomina e revoca dei ministri e di scioglimento delle Camere. Dal suo osservatorio, come considera il dibattito politico? Pensavo che nel Paese si rilanciasse la cultura costituzionale attraverso un dibattito alto e inclusivo. Ma anche i media sono più interessati agli scontri politici e alla strumentalizzazioni dei temi. è in atto però un silenzioso dibattito nei territori in cui il confronto moderato tra le posizioni favorevoli e contrarie sta aiutando i cittadini a formarsi una opinione matura. Il premier Renzi ha cambiato strategia comunicativa, 'spersonalizzando' l’appuntamento e puntando sul merito. Crede che a questo punto gli elettori possano comprendere? Il referendum è sulle regole costituzionali, non è un voto politico. Certo, più si spersonalizza il dibattito meglio è, ma ogni voto referendario divide e questo è atteso da 10 anni in cui si sono succeduti 5 governi detti delle riforme. Il partito di maggioranza, il Pd, che si divide, non rischia di confondere gli elettori? In effetti il dato politico ruota intorno alla coerenza e alla credibilità dei deputati del Pd che hanno votato Si alla riforma in Parlamento e voteranno No al referendum. La riforma elettorale andrebbe modificata? Potrebbe essere modificata, ma il dibattito va tenuto distinto. La riforma tocca modifiche della Costituzione, la legge elettorale è una legge ordinaria. Tra l’altro se dovesse passare la riforma, un quarto dei deputati potrebbero impugnare la legge elettorale davanti alla Corte Costituzionale. Lei si è espresso a favore della riforma. C’è qualcosa che si dovrebbe correggere? La riforma non si può spacchettare. Proprio perché la sovranità parlamentare e la sovranità popolare coincidono nell’istituzione del Parlamento, il voto del referendum serve per verificare se i cittadini concordano sulla scelta del Parlamento. Se la riforma passerà, bisognerà attuarla. Sarà dunque importante ragionare sui modi migliori e condivisi per farlo coinvolgendo anche i sostenitori del No, perché molte scelte sono aperte e vanno approfondite. Lei ha fatto riferimento alla 'qualità dei giocatori'. Vede un ruolo dei cattolici in questa delicata fase politica, particolarmente confusa? Il gioco con le nuove regole dipenderà dalla qualità dei suoi giocatori. Su questo versante non è data alcuna garanzia. Il Paese ha bisogno di luoghi e di uomini di pensiero che riflettano, aprano processi, rilancino una nuova cultura costituzionale, mitighino gli scontri tra partiti e politici. Su questo punto molti cattolici impegnati sono ancora lievito e luce nel dibattito contemporaneo ma potrebbero fare di più se fossero meno divisi e a volte meno delusi. © riproduzione riservata

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