PACE E GIUSTIZIA SOCIALE – LA MIA RELAZIONE ALLA FUCI | Padova, 5 aprile 2023, di Stefano Ceccanti


Premessa: mi muoverò qui tra il dibattito costituzionale e l’insegnamento sociale della Chiesa, spiegando soprattutto il metodo più adatto per affrontare questi temi, quello della mediazione culturale, più che proporre ricette puntuali, specie in ambito economico-sociale, che non è il mio settore di competenza.

 

Il legame tra pace e giustizia sociale è affermato con forza dall’articolo 11 della Costituzione.

Accettiamo limitazioni di sovranità, decidiamo di condividerla con altri, realizzando un ordinamento sovranazionale per assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni.

 

La costruzione dell’articolo ci porta quindi a una consapevolezza: non si dà pace duratura senza un ordinamento internazionale in cui vi sia un monopolio legittimo dell’uso della forza in modo da prevenire e reprimere gli aggressori e, nel contempo, senza una ricerca di equilibri economico-sociali anche a livello internazionale che rimuovano le cause di conflitti laceranti, che rimuovano, come afferma l’articolo 3, gli ostacoli economico-sociali alla dignità della persona.

 

Le conseguenze concrete in Italia: la complementarità di scelta atlantica e scelta europeista

Dall’articolo 11 sono quindi derivate due scelte fondamentali, oltre a quella dell’adesione all’Onu, la scelta atlantica e quella europeista, due scelte complementari di difesa e sviluppo di democrazia e giustizia sociale. Mentre l’Onu è rimasta purtroppo un’istituzione non “contraignante” (come dicono i francesi), viceversa la scelta atlantica ha garantito la pace rispetto alla sfida sovietica e quella europea ha sviluppato istituzioni comuni necessarie come dimensioni di scala per realizzare obiettivi che la sola crescita degli stati sociali nazionali non avrebbe potuto conseguire. Si sarebbero dovute spendere molte risorse per difendersi gli uni dagli altri e senza un quadro europeo vi sarebbero state rendite di posizioni nazionali, limitazioni alla concorrenza che avrebbero sfavorito la crescita.

 

Nel celebre discorso “Nostra patria Europa” del 1954 (1) de Gasperi segnala anzitutto che “ le alleanze difensive e soprattutto gli armamenti che ne sono la conseguenza, costituiscono una dura necessità preliminare “ e che però questa scelta necessaria vada integrata “in una idea architettonica che sappia dominare dalla base alla cima, armonizzando le tendenze in una prospettiva di comunanza di vita pacifica ed evolutiva”.

 

Entrambe le scelte all’inizio non sono state unanimi, anche se lo sono state in prospettiva. La scelta atlantica, come ci spiegano i diari di un brillante ex-fucino, Paolo Emilio Taviani (2) ha avuto contro un astratto neutralismo impossibile nell’Europa post-bellica, legato nel mondo cattolico o a forme di massimalismo etico nel caso del dossettismo o a un anti-americanismo legato in ambienti curiali a simpatie residue per i regimi autoritari di destra; la scelta europeista è stata avversata erroneamente come contraddittoria rispetto a margini di scelta di costruzione degli Stati sociali nazionali, quando invece la complementarietà non sfuggiva affatto ai principali architetti della costruzione europea.

 

De Gasperi termina il citato discorso segnalando la necessità di una fusione tra la centralità di regole, istituzioni, spinta alla concorrenza della cultura liberale, solidarietà sociale a favore delle classi più umili da parte del socialismo democratico, dignità della persona del cattolicesimo democratico. Una grande mediazione culturale europea.

 

Distinguere tra principi e strumenti come insegnano il diritto costituzionale e l’insegnamento sociale della Chiesa

Nella materia economico-sociale (così come sul tema della pace) occorre sempre fare attenzione alla differenza che passa tra principi e strumenti. Questo è il senso profondo del metodo che chiamiamo mediazione culturale e che nel diritto costituzionale ci porta all’applicazione del principio di ragionevolezza.

 

I diritti sociali sono effettivamente diritti, non sono vaghe enunciazioni morali, ma tuttavia bisogna ben distinguere le fasi storiche. Non è detto che essi si incarnino nella scelta dei medesimi strumenti.

 

Per un lungo periodo il diritto al lavoro è stato inteso come difesa di uno specifico posto di lavoro, mentre oggi, in un’economia dinamica, va inteso come sostegno alla persona che la aiuti ad affrontare le varie transizioni dei propri lavori. Il diritto alle prestazioni pensionistiche è stato inteso in economia ad alto tasso di sviluppo e in società a forte crescita demografica come una serie di garanzie che potevano evolversi solo in avanti (abbassamento dell’età pensionabile, rendimenti superiori ai contributi), mentre oggi vanno riconsiderati alla luce del principio di solidarietà intergenerazionale (ora costituzionalizzato a proposito dell’ambiente) per non danneggiare le generazioni future.

 

Sono diritti, come si dice tra costituzionalisti, che si muovono tra la “pretesa del reale” e la “riserva del possibile”.

 

Su questo bisogna dire che l’insegnamento sociale della Chiesa ha sempre messo in guardia da una sorta di integralismo di sinistra, di cortocircuito che da giusti principi portasse a soluzioni semplicistiche.

 

Il 14 maggio 1971 Paolo VI scrisse al Cardinale Roy la lettera Octogesima Adveniens, per gli 80 anni dalla Rerum Novarum. Il parametro per le nostre questioni è quello perché essa rappresenta il punto di arrivo della riflessione conciliare sul tema dei rapporti tra Chiesa e politica. Infatti, pur avendo la Gaudium et Spes, la Costituzione conciliare, espresso alcune scelte significative, tra cui il riconoscimento dell’opzione preferenziale per la democrazia (paragrafo 31), lo specifico capitolo 4 ebbe una trattazione del tutto insufficiente perché essa coincise con la giornata del ritorno di Paolo VI dall’Onu, il 5 ottobre 1965, e i lavori dell’assemblea furono concentrati sul suo discorso. Fu questa la ragione per la quale Paolo VI rifece il punto con la Octogesima Adveniens ed in particolare nei punti 4 e 50.

 

Il punto 4 fa due affermazioni molto importanti che deideologizzano l’insegnamento sociale: la prima è che “Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale” e la seconda è che le comunità cristiane attingono da esso “principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione” che consentono di giungere a conclusioni concrete.

 

L’elemento comune di principi, criteri e direttive è il fatto che essi hanno dei margini di elasticità rispetto alle soluzioni concrete. Margini che evidentemente non sono infiniti, l’elastico oltre una certa soglia si rompe, ma ciò non di meno essi esistono, le soluzioni concrete non coincidono con essi. E’ per questo che, come chiarisce il n. 50: “Nelle situazioni concrete e tenendo conto delle solidarietà vissute da ciascuno, bisogna riconoscere una legittima varietà di opzioni possibili” con “uno sforzo di reciproca comprensione per le posizioni e le motivazioni dell’altro”.

 

La sottolineatura non era casuale: l’ “Octogesima Adveniens” era il documento in cui per la prima volta, anche sulla spinta di alcuni episcopati come quello francese e dei nostro movimenti di Pax Romana e della Jec (3) veniva ammesso esplicitamente un pluralismo politico verso sinistra, nei partiti socialisti. La legittima preoccupazione era che questo pluralismo non andasse a rafforzare componenti massimaliste e ideologiche, ma riformiste e pragmatiche: come si chiarisce bene nel paragrafo 31: “Oggi ci sono dei cristiani che si lasciano attirare dalle correnti socialiste e dalle loro diverse evoluzioni…Un attento discernimento si impone. Troppo spesso i cristiani attratti dal socialismo tendono a idealizzarlo in termini assai generici: volontà di giustizia, di solidarietà e di uguaglianza…bisogna stabilire delle distinzioni, le quali guideranno le scelte concrete.. Il legame concreto che, secondo le circostanze, esiste fra essi deve essere lucidamente individuato, e tale perspicacia permetterà ai cristiani di precisare il grado di impegno possibile in questa direzione, una volta assicurati i valori, soprattutto di libertà, di responsabilità e di apertura allo spirituale, che garantiscono lo sviluppo integrale dell’uomo.”

 

Un metodo che non molto tempo fa il cardinale Ladaria ha segnalato ai vescovi nord-americani come necessario anche per temi come aborto ed eutanasia, dove si può verificare, sempre sulla base di una sorta di massimalismo etico che ignora la distanza tra principi e strumenti, uno speculare integralismo di destra (4).

 

Una conclusione: liberazione, non rivoluzione

I temi della pace e della giustizia sociale, fortemente intrecciati tra di loro, possono essere affrontati sulla base di un approccio riformista di liberazione, ossia di mediazione culturale, o di un approccio massimalista di rivoluzione.

 

Solo il primo, che siamo chiamati in questa fase ad adottare nei dilemmi relativi al confitto ucraino e per il rimodellamento dei sistemi di welfare in Italia e nell’Unione europea, ad adottare nei dilemmi relativi è quello che si è rivelato storicamente fecondo.

 

Lo descrive qui puntualmente Pietro Scoppola nel suo “25 aprile. Liberazione” (5) e meglio non si potrebbe fare:

 

“Il processo di liberazione non è mai compiuto: non è compiuto nelle coscienze dei singoli, non lo è nella vita sociale. La liberazione dell’uomo, di tutti gli uomini, dall’oppressione, dalla miseria, dall’ignoranza, dalla paura – e in una parola dal male – è un obiettivo sempre valido, sempre necessario e sempre aperto. La cultura della liberazione non implica un punto di arrivo, non ha, come la cultura della rivoluzione, modelli definiti di società da proporre, si coniuga con il realismo della politica, ma rappresenta un principio costante di non appagamento rispetto a tutti i risultati raggiunti e costituisce perciò quell’elemento di tensione utopica che tiene viva la democrazia e ne garantisce lo sviluppo.”

 

Note

 

(1) https://www.pro-europa.eu/europe/it/alcide-de-gasperi-la-nostra-patria-europa/2/?print=pdf

(2) https://www.mulino.it/isbn/9788815086334?forcedLocale=it&fbrefresh=CAN_BE_ANYTHING

(3) La vicenda è ben ricostruita da un importante vescovo francese, Gabriel Matagrin, allievo di Emmanuel Mounier, https://www.amazon.com/Ch%C3%83%C2%83%C3%82%C2%AAne-Futaie-Gabriel-Matagrin/dp/2227320591

(4) https://drive.google.com/file/d/1zAxGU85JyZuw5rz-tu9bO3z8FkrVybXG/view

(5) https://www.amazon.it/25-aprile-liberazione-Pietro-Scoppola/dp/8806137832

Stefano Ceccanti

 

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