Orvieto 1- La relazione di Antonio Funiciello "Riformismo vs. populismo"

La situazione del Riformismo   Riformismo e Populismo sono parole cruciali del nostro presente. Questa affermazione deve sembrare meno scontata di quanto la sua semplicità lascerebbe intendere.   Riformismo e Populismo sono due termini fondamentali del dizionario dell'odierna vicenda politica, perché nessuna dicotomia spiega oggi, meglio di questa, i tempi che ci è dato vivere. Se può essere messo in dubbio che ciò valga fuori d'Europa, non ve n'è alcuno che così sia per il vecchio continente.   Fatica oggi a fare il suo lavoro tradizionale la classica contrapposizione dialettica tra destra e sinistra, per la ragione semplice e iniziale che, banalmente, il campo del Populismo non coincide tout court - in Europa e nel mondo - con quello della destra o con quella della sinistra. Ma è un campo mobile, quello del Populismo, che si muove a suo agio trasversalmente nella grande agorà democratica. Come mobile è ormai tutto d'altronde. A dispetto di chi invoca la ricostituzione di vecchi blocchi sociali o la dannosa (per tutti) costituzione di nuovi blocchi.   Meno banalmente, e vista da sinistra, la contrapposizione destra/sinistra fatica ad essere oggi esaustiva, perché la conclusione dell'opposizione tra comunismo e anticomunismo ha definitivamente sdoganato il Riformismo a sinistra. Venendo meno la linea di confine ideologica propria della guerra fredda, la dialettica democratica si è laicizzata, per cui la sinistra di governo ha riconosciuto definitivamente nel rapporto (positivo o negativo) col Riformismo il suo destino, dismettendo i marxiani propositi antidemocratici e anticapitalisti.   L'accettazione positiva del destino post ideologico riformista della sinistra di governo, ha prodotto un esercizio politico di dilatazione dell'orizzonte interpretativo del socialismo democratico, esplorata attraverso la contaminazione col liberalismo politico. Un esito che il vero - e unico - profeta del socialismo democratico, Eduard Bernstein, aveva vaticinato già alla fine dell'Ottocento. Esercizio di dilatazione che ha contraddistinto le stagioni felici del New Labour e della Neue Mitte a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo.   Il rifiuto negativo del destino riformista della sinistra ha, inversamente, collocato altre esperienze di governo di sinistra nella trincea della guerra di posizione in difesa estenuata del welfare novecentesco; che oggi prosegue in varie forme, con tratti talvolta fortemente populisti. L'atteggiamento contrario alla entusiastica accettazione del destino riformista della sinistra di governo, non è stato quello dell'improponibile riproposizione del superamento del felice binomio tra regime democratico e economia di mercato. Quanto, invece, la negazione di un destino positivo, quello del Riformismo, da sperimentare in tutte le sue diverse potenzialità.   Provo a dire meglio. Destino positivo o negativo della sinistra in rapporto al Riformismo, si traduce più concretamente nel modo in cui la sinistra di governo del XXI secolo si relaziona alla più grande acquisizione della sinistra di governo del XX secolo: il welfare state. La strategia per la crescita e lo sviluppo che la sinistra riformista di governo ha elaborato e va elaborando è qualcosa di relativamente recente, per mezzo di cui non è possibile costruire un rapporto comparativo col passato. è da pochi anni che la sinistra di matrice socialdemocratica si occupa - ricorro al più classico degli esempi - di come far crescere la lana sulla pecora. è in relazione all'antico tema della tosatura che è possibile un confronto serio tra passato e presente e tra passato e futuro.   Sul welfare l'adozione di quello che sto chiamando il destino positivo del Riformismo o il suo rifiuto negativo, si sostanza in un vecchio equivoco, in una dibattuta confusione di termini intorno al socialismo, da intendere come mezzo o come fine? Per Norberto Bobbio era questa «la domanda inquietante» da porsi in limine a ogni discussione, già a partire dalla fine degli anni Settanta. Non una questione nominalistica, si noti bene. Ma un discorso preliminare sulla mission.   Anthony Crosland, che fu ministro più o meno negli stessi anni negli esecutivi di Harold Wilson e James Callaghan, si pose lo stesso interrogativo nel suo The future of socialism, che resta il testo cruciale del laburismo britannico e uno dei libri fondamentali della socialdemocrazia della seconda metà del Novecento.   In relazione al destino riformista o anti riformista della sinistra di governo di oggi si pone la risoluzione di questa decisiva disputa: welfare state come fine o welfare state come mezzo? Welfare come idea di società civile e visione storica di progresso o welfare come insieme di regole e regolette da conservare sott'olio, per evitarne il contatto con l'aria e scongiurarne la corruzione? Reinvenzione riformista del welfare come fine o difesa ossessiva e oltranzista dei suoi mezzi, dei suoi strumenti che servono e di cui si servono sempre meno persone?   Mi pare utile qui collegare il destino riformista della sinistra di governo in rapporto al welfare inteso come fine e precisare che la differenza con la sinistra conservatrice sta proprio nel suo valutarlo in termine, viceversa, di mezzo. Il welfare, inteso come fine, come concreta dimensione sociale di libertà e giustizia, non può abbarbicarsi ad alcun mezzo che l’abbia prodotto, come fa l’agave di Montale al crepaccio dello scoglio. Al contrario, proprio per conservarsi in termini dimensionali, in rapporto al mutare del contesto economico e del crescente e variante numero di esseri umani che ne abbisognano, deve necessariamente modificare i mezzi che lo sorreggono. Altrimenti diventa odiosamente escludente nei riguardi di chi ne ha più necessità e passivamente assistenziale nei confronti dei soliti che, nel suo recinto, continuano a sentirsi al sicuro.   Ma anche questa è una sicurezza illusoria. Poiché la storia ha dimostrato che nessuna fortificazione può resistere in eterno sotto la spinta genuina di energie nuove che premono e premono. Energie che si rendono, per altro, disponibili ad allargare lo spazio dimensionale del welfare anche utilizzando mezzi diversi da quelli tradizionalmente forniti dallo stato. Patrick Diamond e Michael Kenny in un paper recente di Policy Network hanno concluso che «il Labour si deve riposizionare come il partito dell’innovazione sociale accettando che ci siano attività che lo stato deve fare di meno, o addirittura smettere del tutto di fare». Una sfida nuova e tutta da giocare. Non solo per il partito di Ed Miliband.   Intendiamoci, credo si debba giudicare comunque un risultato importante e una vittoria riformista da ribadire l'acquisizione dell'abbandono dell'antagonismo di sistema e la esemplificazione del contrasto, a sinistra, tra riformisti e conservatori (questi ultimi, quindi, detentori di una mera caratterizzazione politica negativa, rispetto al nostro termine positivo del Riformismo).   La felicità di questa acquisizione è un dato prezioso. L'abbandono della prospettiva del superamento di democrazia e capitalismo è stato il più significativo tra i buoni propositi realizzati a sinistra. Una prospettiva che, se era iscritta a chiare lettere nel codice genetico di qualsiasi partito politico "comunista", fu - valga un esempio su tutti - cancellata dallo statuto del Labour britannico soltanto nel 1995, un anno dopo la vittoria al congresso di Tony Blair. Il partito che più di ogni altro, di recente in Europa, doveva tendere le corde della propria audacia riformista, è lo stesso che attese sei anni dal crollo del muro di Berlino per fare a meno, nella propria mission, dell'indicazione teorica terminale della collettivizzazione dei mezzi di produzione.   Divenendo, a sinistra, il termine del Riformismo il criterio essenziale di riferimento delle identità politiche, delle offerte elettorali e delle performance di governo, il contrario della sua accettazione positiva è stato così naturalmente rappresentato dal rifiuto conservatore delle sue indicazioni di cambiamento. Si è così, a sinistra, prodotta la diffusione di un conservatorismo tenacissimo, diga alla corruzione delle vecchie acque socialiste nei letti inesplorati del liberalismo. Conservare, difendere, resistere sono diventate, non solo in Italia, le voci verbali più utilizzate da una sinistra non riformista e/o anti riformista che, o ha strappato alla destra il compito strenuo di proteggere il passato dal futuro, o si è affiancata ad essa nell'esercizio di questa deleteria funzione. Talvolta abbracciando gli strumenti intellettuali e retorici del Populismo.   Con ciò, come è ovvio, non si vuole sostenere che la dicotomia destra/sinistra sia destinata ad essere soppiantata da quella tra Riformismo e Populismo. Da quanto esiste la democrazia e dove l'ideale della verità dialogica si è imposto, destra e sinistra sono stati i termini ultimi della dialettica politica. E c'è da credere che finché la democrazia ci sarà, quella formulazione dialettica che la sua concreta realizzazione pretende, si affiderà ancora a destra e sinistra come ai suoi termini essenziali di riferimento e sintesi. Ma è già accaduto in passato ed è il segno distintivo dei nostri tempi che, quando la sinistra del XXI secolo tende ad assumere l'orizzonte ideale della conservazione dello status quo, proprio della destra del XIX e del XX secolo, la dicotomia destra/sinistra fatichi a precisare e a chiarire il quadro generale.   Piacerebbe qui sostenere che lo stesso quadro risulta complicarsi ulteriormente alla luce del fatto che si va apprezzando, in Europa e magari nel mondo, l'adozione a destra dell'orizzonte positivo del Riformismo. Un Riformismo evidentemente peculiare a un cambiamento coerente con un orizzonte ideale diverso da quello inteso a sinistra.   Purtroppo così non è. A eccezione di casi sporadici, e che non fanno tendenza, né tanto meno scuola, i governi di destra sembrano avere un fiato molto corto, tipico di un conservatorismo remissivo e a tratti anche un po' collerico. Il caso europeo è eclatante: pur avendo nella grandissima parte degli stati membri, esecutivi e maggioranze parlamentari di centrodestra, non si è sfruttata, a destra, la forza oggettiva di questo stato per pensare con coraggio l'Europa del XXI secolo fuori dagli schemi sulla base dei quali è stata costruita l'Unione della fine del XX secolo. Spettava alla destra, perché prevalente, farlo, invitando la sinistra al confronto. Non è accaduto. Non sta accadendo.   In fondo, anche i progressi comunitari più recenti - perché tali vanno riformisticamente considerati: progressi - sono stati conseguiti sullo sviluppo degli schemi istitutivi dell'Europa di Mastricht e dell'istituzione dell'euro. La manifestazione più evidente dell'inadeguatezza di leadership e vision che la destra conservatrice europea può oggi vantare è, da un lato, proprio rappresentato dal ritardo nella creazione degli schemi evolutivi dell'Europa politica del XXI secolo. Dall'altro, nel cedere, quando conviene, alle seduzioni del Populismo.   Le seduzioni del Populismo   La forza di oggi del Populismo coincide decisamente con la più grande espansione che, dopo la terza ondata descritta da Samuel Huntington, la democrazia ha conosciuto sull'intero pianeta. Questa coincidenza ha irrobustito la propria tempra con l'occasione della globalizzazione e lo strumento della rete. Globalizzazione e rete sono state, in un certo senso, i motori espansivi.   Il Populismo è, d'altronde, un fatto proprio della democrazia. Come hanno spiegato con parole davvero risolutive sul piano teorico Mény e Surel, il Populismo non si presenta affatto come un movimento con orientamento antidemocratico, ma «gran parte della sua retorica si concentra nella denuncia delle perversioni che affliggono le democrazie e sulla necessità di trovarvi rimedio».   Il Populismo non presenta, come ricetta ai mali della democrazia, l'indicazione di un regime politico differente e ad essa contrastante, come accadeva e accade nel caso dei totalitarismi di destra e di sinistra. Il Populismo si nutre delle imperfezioni della democrazia, ne esaspera le conseguenze, cavalca la legittima pretesa kantiana della perfettibilità del regime democratico, estenua le difficoltà materiali e stressa la tensione morale dei cittadini deleganti.   Il Populismo va a caccia dei colpevoli delle imperfezioni democratiche, non è interessato alla ricerca razionale delle cause di quelle imperfezioni - tipica attitudine, viceversa, del Riformismo. Anzi, più quelle cause restano sconosciute e misconosciute, più la facilità di indicare al pubblico ludibrio capri espiatori ha buon gioco. Il Populismo ha in enorme disprezzo l'opera di conoscenza e distinzione propria della fatica primordiale della ragione umana.   Il Populismo ambisce così a disinnescare la dialettica democratica, negando la necessità del momento di sintesi, giacché il termine del "popolo", che solo il Populismo riconosce, finisce per comprendere ogni cosa. La verità dialogica democratica è sostituita dal monologo che il popolo dovrebbe intrattenere presso se stesso, con se stesso, per mezzo e voce dei suoi pochi, pochissimi tribuni.   Come notò Pierre Avril - debbo questo intrigante riferimento a Stefano Ceccanti - il Populismo è soccorso nella sua propaganda, nelle aree linguistiche latine, dal fatto che "popolo" è sostantivo singolare, alludendo così a una mitica unità. Nelle aree anglosassoni c'è quanto meno un ostacolo linguistico: "people" è plurale ("We the people..") e ciò spiega anche la tendenza a vedere il potere politico come strumento più limitato, elemento che disincentiva il Populismo.   Aristofane, il primo grande commediografo delle origini della civiltà occidentale, fu anche il primo a fare uso ne I cavalieri della parola "demagogia", vero avo linguistico e concettuale del Populismo. è una bella ironia - ne converrete - che sia non un filosofo o uno storico, ma il primo poeta comico della storia della letteratura a introdurre nel nostro lessico occidentale questa parola. Così Aristofane la fa utilizzare a un servo che incita un salsicciaio a impegnarsi nell'attività politica: «Conquista il popolo con gustosi manicaretti di parole; tutti gli altri requisiti per la demagogia li hai già: una voce ripugnante, origini basse, volgarità; hai tutto quello che ti serve per fare politica».   Platone, com'è più noto, indugia lungamente sulla demagogia, intesa come malattia mortale - e per certi versi, a suo giudizio, inevitabile - della democrazia. La critica alla demagogia, frutto avvelenato dell'insegnamento dei sofisti, è critica alla retorica demagogica, a quella tecnica dell'utilizzo della parola politica allo scopo di blandire e di ingannare il popolo. Anticamera della degenerazione finale della democrazia in tirannide. La demagogia, il Populismo, rappresentano per Platone la necessaria fase di transizione tra le democrazia e la tirannide.   A ben vedere l'odierno Populismo ha più a che fare con la satira che della demagogia fa Aristofane, che risulta così assai più contemporaneo del filosofo ateniese. Poiché la demagogia è dal poeta comico concepita come un abito, meglio ancora: l'abito prediletto della democrazia. Per questa ragione per Aristofane c'è da preferirle l'aristocrazia, il governo dei migliori. Il governo dei molti, quello democratico del popolo, appare nella commedia I cavalieri demagogico, perché risolve l'eterna contraddizione (che è propria del Populismo) tra ideale democratico e sua concreta realizzazione in favore di una assai imperfetta manifestazione della seconda. Non già, come ritiene Platone, nella finale metamorfosi tirannica.   Il Populismo, come la demagogia raccontata da Aristofane, si alimenta delle imperfezioni democratiche. Così scrive Pierre-André Taguieff: «Il "populismo" nel linguaggio di oggi fa coesistere, in una situazione di tensione, l'idea di demofilia e quella di demagogia. Ne deriva che il "populismo", nella sua ambiguità costitutiva, può essere considerato una corruzione ideologica della democrazia se quest'ultima, essendo fondata su dei principi trasmissibili, implica secondo l'espressione di Proudhon una "demopedia", cioè la preoccupazione di istituire ed educare il popolo, anziché sedurlo per farlo agire secondo le proprie intenzioni».   Il Populismo è dunque costantemente presente in democrazia. La democrazia, come tollera la presenza di movimenti e talvolta di partiti antisistema, cioè partiti che nella loro mission abbracciano una prospettiva antidemocratica, pur nel lungo termine, così convive con il Populismo. Il quale non si esprime soltanto attraverso partiti o movimenti propriamente populisti, che contrastano cioè apertamente lo status quo democratico denunciandone lo scarso tasso di effettiva democraticità.   Il Populismo è presente anche nei partiti, nei movimenti e nei leader che difendono la democrazia rappresentativa. Questo Populismo "moderato" è una sorta di contro altare di quello "massimalista" che oggi vediamo all'opera con tanta efficacia.   Ma un Populismo "moderato", inteso come tensione civica dei deleganti sui proprio delegati, può avere, e in effetti ha spesso, una funzione positiva. Lo si è riconosciuto in passato facilmente a destra, da De Gaulle a Reagan. Ma anche la sinistra ne elenca espressioni importanti: il caso di Mitterand è senz'altro quello più clamoroso, ma come non ravvisare elementi di Populismo anche in figure come Clinton o, certo più controllate, in Blair?   Il Populismo mette il popolo nel cuore della sua critica alle imperfezioni democratiche. «La sua ideologia è il popolo - scrivono ancora Mény e Surel - è ciò lo rende malleabile, opportunista, variabile e mutevole». Adattissimo, insomma, ai tempi mutevoli che viviamo. E infatti ha fortuna e prolifica nelle fasi in cui le imperfezioni democratiche si mostrano con più evidenza e gravano con più fatica sul quotidiano di uomini e donne.   L'Europa tra la tracotanza populista e la timidezza riformista   Il Populismo è un'energia che oggi attraversa e infonde di sé l'Europa democratica. C'eravamo accorti della sua latente persistenza già nel corso dell'ultimo decennio del secolo scorso, durante il riflusso della terza ondata di democratizzazione segnalata da Huntington. Durante gli anni opachi della fase di regressione dei processi democratici in molti dei paesi dell'est europeo e dell'emergere di partiti e leadership populiste anche nella parte occidentale e atlantica del continente. Valgano solo i nomi di Bossi e Haider, per riportare alla mente l'atmosfera di quegli anni. E ovviamente quello di Berlusconi, incubo oggi mutato in forma grottesca, ma ancora presente nelle nostre inquiete ore di sonno e di veglia.   Naturalmente, inteso come energia latente, il Populismo se non lascia mai in pace la democrazia, in virtù della natura costitutivamente imperfetta della stessa, emerge e si afferma con più audacia nei momenti di crisi. La recente grande crisi economica è stata un'occasione perfetta per consentire al Populismo di riemergere con tutta la potenza di fiume carsico che per troppo tempo ha corso lungo il suo letto sotterraneo.   Il disagio materiale, combinato oggi in maniera decisiva all'estendersi delle sacche di povertà e al restringersi delle aspettative di futura prosperità tra chi povero non è, ma si percepisce tale nel medio e lungo periodo, è un formidabile diffusore di Populismo.   Quale imperfezione democratica più evidente, d'altronde, dell'incapacità dell'Europa di farsi vera democrazia politica? Questa incapacità pare davvero rappresentare la giustificazione istituzionale dell'organizzazione dell'offerta politico-elettorale dei Populismi che spadroneggiano in Europa durante le tornate elettorali nazionali. E che già annunciano di conquistare consensi importanti alle nostre prossime elezioni nazionali.   L'Unione Europea è il più grande complesso economico del mondo. L'Unione Europea produce 1/4 del Pil mondiale e 1/5 del commercio. Per Pil la zona euro supera ormai i 12 mila miliardi di dollari. Altri dati, più dettagliati e notissimi a una platea avvertita come questa, segnalano che, al netto delle difficoltà degli ultimi anni e dell'avanzamento - anch'esso però oggi più lento - delle economie emergenti, le potenzialità europee restano altissime.   Eppure... Eppure il popolo europeo queste potenzialità non le vede. Perché propriamente non si concepisce come tale: popolo europeo. Non riesce a pensarsi, in proiezione di rappresentanza e governo, come unione politica di stati che progettano insieme il loro futuro. Il popolo europeo non ci riesce e manca - quel ch'è peggio - di farlo la politica democratica europea. Che convince quanto promuove lo sforzo per una maggiore condivisone delle politiche economiche e di bilancio; imbarazza quando stenta ad avviare la costituzione politica degli Stati Uniti d'Europa.   La democrazia europea - intesa come processo di decisione democratica nell'Unione e per l'Unione - è, in termini strettamente democratici, tra quanto di più imperfetto ci sia al mondo. Solo chi non conosce come funziona il Populismo può sorprendersi così della sua odierna onnipresenza nel continente.   Il punto debole dell'Unione è il suo "deficit democratico", ancor più che il suo "deficit di bilancio", il quale risulta essere, nel suo complesso e nella media internazionale, controllato. Sebbene sia squilibrato al suo interno tra Nord e Sud dell'Europa, ghiotta occasione per i Populismi nazionali degli stati del Sud.   All'Unione Europea manca l'anima, manca il demos, il popolo. L'Unione non è una democrazia rappresentativa, perché la sua assemblea legislativa - e sia detto legislativa con tutte le cautele del caso - ancorché sia composta dal 1979 attraverso un'elezione popolare, non conosce un sistema elettorale unificato e presenta una gestione consociativa tra destra e sinistra, non riproducendo in seno ad essa quella essenziale competizione tra i due tradizionali termini della dialettica democratica.   Peggio accade coi suoi organi di governo, Commissione e Consiglio, vissuti come lontanissimi da un corpo elettorale europeo che non si concepisce, esso stesso, come coinvolto in una comunità europea di destino e manca di rivolgere la propria fedeltà politica alla patria europea. L'identità del continente è una giustapposizione di cittadinanze nazionali, locali e culturali: nessun tentativo di contaminazione, figurarsi di fusione.   Mancando il demos, la delega alla rappresentanza politico-istituzionale si complica dannatamente, la distanza chilometrica già ampia tra i palazzi del potere e le case degli europei, si allarga in modo straniante. Ed ecco il Populismo.   A destra, l'antagonismo populista si nutre della nostalgia delle vecchie appartenenze nazionali, in fondo ancora gagliardamente resistenti, ma rimpiante nella loro originaria e immaginaria verginità.   A sinistra le cose si complicano, perché c'è da neutralizzare quell'afflato internazionalista che animava i migliori slanci umanitari della tradizione socialdemocratica, per consentire ai Populismi nazionali pseudo progressisti di reagire contro l'odioso tecnicismo europeo.   Dominique Strauss-Kahn ha scritto, tempo fa, che «il successo della socialdemocrazia post bellica si fondò sull'equilibrio tra produzione e redistribuzione, regolato dallo stato. Con la globalizzazione questo equilibrio si è rotto. Il capitale è diventato mobile: la produzione si è mossa oltre i confini nazionali, e perciò fuori dalla competenza della redistribuzione dello stato; il circolo virtuoso è diventato vizioso. In queste condizioni è forte il rischio che non ci sarà più la possibilità di tenere sotto controllo l'aumento delle disuguaglianze».   Sembrerebbe insomma una condizione ideale per promuovere la costituzione riformista di una unità politica, visto che solo essa sarebbe in grado di farsi carico di ripristinare un equilibrio tra produzione e redistribuzione e di disinnescare l'aggressione polemica populista. Ma nulla di significativo accade.   Quello strano sillogismo italiano   Al caso Italia tocca purtroppo, ancora una volta, rappresentare emblematicamente la sintesi più loquace del silente stallo politico continentale.   E con i modi tipici, originali e divertenti delle nostre parti. Perché in Italia siamo tutti riformisti. O, almeno, quasi tutti ci consideriamo e ci professiamo tali. A eccezione forse di Storace e Vendola - per quanto io ho potuto sentire con le mie orecchie e leggere coi miei occhi -  dagli arancioni di Ingroia agli azzurri di Berlusconi, passando per Maroni, Di Pietro, e il comico Grillo, e aggiungendo naturalmente Bersani e Mario Monti, tutti dicono di voler applicare al malato Italia una terapia lunga di riforme di sistema. Non tutti le chiamano così, ma questo è il senso di quanto vanno proponendo.   Nessuno difende sfacciatamente lo status quo. Nessuno s'incarica dell'opera del manutentore. Tutti dicono di voler cambiare tutto. Tutti rigettano la retorica populista. Ma da vent'anni in Italia non cambia nulla e alle prossime elezioni, se eccettuiamo Pd e Lista Monti, avremo la più grande affermazione di partiti populisti che mai si sia registrata.   Uno strano sillogismo, insomma, che così recita: Tutti sono riformisti. Nessuno è populista. Nessuno fa le riforme.   Più che strano, a rigore, un sillogismo non valido poiché - si sa - un sillogismo per considerarsi logico, dunque valido, dovrebbe produrre la sua terza affermazione per deduzione delle due precedenti.   Quello che noi però sappiamo, senza alcun dubbio in proposito, è che negli ultimi vent'anni in Italia riforme di sistema non ci sono state. L'unica è quella avviata dal governo tecnico di Lamberto Dini e conclusa dal governo tecnico di Mario Monti, la riforma del sistema pensionistico. Il fatto che nelle composite maggioranze parlamentari di questi due governi tecnici le forze di centrosinistra cosiddette riformiste fossero presenti e magna pars, è un titolo di pregio che va richiamato. Ma l'unico merito storico che si può ascrivere a un governo degli ultimi vent'anni a leadership e maggioranza parlamentare politica, è l'ingresso nell'euro costruito dal primo governo Prodi.   Per il resto, le tre grandi questioni nazionali di oggi sono le stesse che si presentavano irrisolte agli italiani all'inizio degli anni Novanta:   (1ª) il drammatico ritardo nella modernizzazione economica e sociale del sistema-paese, con l'aggravante di un debito pubblico insostenibile con tassi di crescita tanto bassi, un debito oggi sugli stessi valori di vent'anni fa (dentro questa prima grande questione, prioritarie appaiono le due indicazioni di policy che Reichlin e Rustichini elencano alla fine del loro splendido saggio introduttivo in "Pensare la sinistra": innovazione nei sistemi formativi e più sicurezza sociale in cambio di maggiore flessibilità);   (2ª) l'adeguamento del nostro sistema istituzionale alle sfide del presente, attraverso la riscrittura della seconda parte della Costituzione che, propria a causa di questa seconda confusa e inattuale parte, non è la più bella del mondo - ammesso poi, come ha scritto Claudia Mancina su qdR, che abbia un qualche senso far partecipare la nostra Costituzione e quelle degli altri a un concorso di bellezza - e non sia invece anche questa un'operazione intimamente populista;   (3ª) la costruzione di un sistema dei partiti coerente e funzionale a un maturo disegno bipolare della dialettica politica.   Siamo fermi agli inizi degli anni Novanta. Il solo sillogismo che è possibile logicamente (e politicamente) ricavare dalla vicenda politica della cosiddetta seconda Repubblica suona così: Nessuno è riformista. Molti sono populisti. Nessuno fa le riforme.   La situazione italiana non è dissimile da quella di altri paesi europei. Se la Francia non avesse il sistema istituzionale che si ritrova, e il conseguente sistema elettorale - ripeto: prima il presidenzialismo; poi, e per conseguenza, il doppio turno di collegio - oggi si ritroverebbe nella stessa situazione di precarietà politica della Grecia. Proprio la stessa, considerata la sostanziale equivalenza registrata alle ultime elezioni presidenziali tra forze politiche populiste e forze politiche anti o non populiste.   Le vicinissime elezioni politiche vedono di certo articolarsi l'offerta politica secondo i macro riferimenti di destra e sinistra. In Italia, originale è oggi la presenza di una proposta credibile anche al centro. Ma la distinzione vera che sola si può operare tra quanto si offre al giudizio del popolo è tra coloro, a destra, a sinistra e al centro, che si fanno carico responsabilmente di conquistare il consenso ribadendo la gravità delle condizioni oggettive e la linearità dell'avvio di un graduale e realistico ciclo di riforme che punti, in ultima istanza, a rivoltare il sistema-paese come un calzino. E gli altri, i tanti altri, che pur muovendo dalle stesse premesse di gravità, puntano a produrre un esito che perpetui lo stato di negativa eccezionalità in cui l'Italia si dibatte.   Il Partito democratico e la Lista Monti sono i due luoghi politici dove il senso di responsabilità appare prevalente. Certo il Pd ha adottato da tre anni una linea politica meno coraggiosa di quella che ne aveva originato la sua stessa fondazione. Passare dall'ambizione di rappresentare un partito che, per identità culturale e vocazione politica, ricusa la divisione del lavoro tra centro e sinistra e s'incarica esso stesso di essere di centrosinistra, sintetizzando e orientando diverse dinamiche sociali, all'essere un partito che punta a fare il pieno a sinistra, è un bel cambio di paradigma. Ne abbiamo parlato tanto in questi tre anni. L'abbiamo combattuto. Abbiamo perso. Almeno stando a oggi.   E però tutto questo appare perfettamente coerente con l'idea di Bersani di organizzare il campo della sinistra cosiddetta progressista per allearsi dopo le elezioni e non prima - altro punto strategico cardinale - col centro moderato. E siccome il Pd ha già condiviso un'esperienza comune di governo con le forze di centro moderato, quella appunto dell'esecutivo Monti, parrebbe una condizione di lavoro ideale. E probabilmente lo è. Vai a capire allora il nervosismo che si cela dietro mille proclami elettorali...   La questione, provando a osservarla con un certo distacco, è che Bersani e Monti si ritrovano al loro interno esplicite e forti presenze conservatrici. Fassina e Casini, Vendola e Bocchino sono facce della stessa medaglia. Una medaglia che, alla prima difficoltà elettorale successiva al voto delle politiche, comincerà a girare su se stessa freneticamente, mettendo in difficoltà la tenuta di qualsiasi iniziativa di riforma, figurarsi l'avvio del ciclo riformista qui auspicato. è questo un film che abbiamo visto, negli ultimi vent'anni, tante di quelle volte ripetersi, che il pensiero di dover assistere alla sua ennesima replica scoraggia tutti, dentro e fuori l'Italia.   Ecco allora che solo dalla fattiva e diretta collaborazione tra Bersani e Monti è possibile immaginare che la guida di un governo utile all'Italia resti indirizzata in direzione del Riformismo, contrastando il Populismo diffuso in tutti gli altri partiti e coalizioni che gareggeranno alle elezioni e neutralizzando le spinte conservatrici che muovono dall'interno.   E tale fattiva e diretta collaborazione sarà essenziale sia nel caso in cui che il Pd non dovesse ottenere la maggioranza al Senato, sia nella circostanza in cui il Pd e i suoi mini alleati conquistino la maggioranza anche a Palazzo Madama. Perché su tutti i temi fondamentali dell'agenda politica che verrà «saranno necessari - non saprei dirlo meglio del nostro Presidente Giorgio Napolitano - nel nuovo Parlamento sforzi convergenti, contributi responsabili alla ricerca di intese».   Per quanto la cosa possa spiacere a molti, anche nel partito, il Pd, di cui sono un iscritto e un militante e che mi auguro possa vincere nel modo più chiaro le elezioni del 24 e 25 febbraio - come è sempre accaduto nel corso della seconda Repubblica al campo politico in precedenza all'opposizione - la strada da seguire è quella dell'iniziativa di quest'anno che ci è alle spalle del Presidente del Consiglio Mario Monti. Come alcuni di noi hanno cercato di indicare al Pd negli ultimi mesi con l'iniziativa per l'Agenda Monti.   Una strada sintetizzata ancora una volta perfettamente dal Presidente Napolitano nel discorso di fine anno: «Uscire dalla recessione e rilanciare l'economia è possibile solo insieme all'Europa, portando in sede europea una più forte spinta e credibili proposte per una maggiore integrazione, corresponsabilità e solidarietà nel portare avanti politiche capaci di promuovere realmente, su basi sostenibili, sviluppo, lavoro, giustizia sociale. L'Italia in Europa non può essere un passivo esecutore».   Il rilancio del nostro ruolo internazionale non si è difatti prodotto in nome del semplice prestigio di cui Monti godeva oltre confine, per i suoi meriti precedenti l'assunzione dell'incarico di governo. Certo, quei meriti erano molti e rassicurarono, quattordici mesi fa, tutti - non solo i mercati. Tuttavia l'affermazione della nostra nuova funzione politica in ambito comunitario si è fatta valere, conquistandosi l'approvazione unanime nel mondo, perché grazie a Monti è riuscita, già prima della vittoria di Hollande in Francia, a rompere lo stallo in cui versava la politica democratica europea: rimettendo veramente in moto il processo politico-legislativo comunitario per la condivisione delle politiche economiche e di bilancio; forzando la mano alla Merkel e alla sua lunga, estenuante attesa delle elezioni tedesche del settembre 2013.   Per essere credibilmente protagonisti in Europa domani, nel nome del Riformismo e contro le insidie del Populismo, è indispensabile proseguire sulla strada di quest'ultimo anno.   Sia per quel che concerne il rafforzamento del processo di condivisione delle politiche economiche e di bilancio, presentandosi al primo vertice europeo dopo le elezioni di febbraio a proprio agio col tema della condizionalità del meccanismo anti-spread. Tema che dovremo mostrare di aver fatto nostro con convinzione, nell'interesse degli italiani e degli europei.   Sia, quindi, per quello che riguarda l'agognato avvio del processo di costruzione dell'Europa politica, che non potrà essere mai non condiviso tra le due grandi famiglie politiche europee. E che funzionerà soltanto se produrrà un sistema istituzionale continentale che, condiviso e costruito da entrambi, avvierà una dialettica democratica tra destra e sinistra europea degna di questo nome: competitiva e sintetica, in nome di un riconosciuto interesse generale europeo e contro le pulsioni populiste sempre in agguato. Come intendiamo il Riformismo   "Come intendiamo il Riformismo", è il titolo di un articolo di un ventiseienne Giacomo Matteotti, apparso sul settimanale La Lotta, stampato a Rovigo il 26 agosto del 1911. Dal momento che davvero non saprei concludere in modo che fosse più in sintonia coi nostri tempi presenti, di come - credo - riuscirò a fare citando un articolo del riformista Matteotti di cento anni fa, provo a leggervene un estratto:   «Come intendiamo il Riformismo».   «Ecco una obiezione comune: Come volete che la grande massa semplice primitiva [...] comprenda una tattica così difficile e in apparenza contraddittoria? Come volete farle capire che si potrà avere un ministro socialista con la monarchia essendo antimonarchici? [...] Come volete insegnarli che c'è la lotta di classe quale legge fondamentale della storia e nel tempo stesso fargli fare anche della collaborazione di classe?».   «Obiezioni gravi e rispettabili, senza dubbio. Eppure noi siamo profondamente convinti [...] che, se non si voglia rinchiudersi nel puritanesimo infecondo, nell'intransigenza negativa, o tornar al sogno dell'urto miracoloso che scrolla il mondo borghese, è pur d'uopo accettar queste vie ardue e complesse, piene di svolte e d'insidie [...]».   «Questo metodo penetrativo fatto di fermezza e di interesse fondamentale e di pieghevolezze e duttilità esteriori, fatto di transigenze formali e di intransigenza sostanziale richiede nei capi, nei sotto-capi e nelle truppe una maturità, un'accortezza, un machiavellismo ed una onestà, una spregiudicatezza e una moralità, un'agilità ed una coscienza, che sono rarissimi a trovarsi insieme».   «Richiede un lavoro enorme, molteplice, vario; propaganda e organizzazione, revisione teorica e azione pratica, studio ed esperimento, [...] facoltà di comprendere l'ideale e il reale, l'immediato e il lontano; di discernere il lecito dall'illecito; di conoscere l'anima popolare, di non titillarla demagogicamente, ma di non prenderla di fronte ed allontanarla da sé con atteggiamenti ad essa inaccessibili».   Così cento anni fa il ventiseienne Giacomo Matteotti su Riformismo vs Populismo.   Già all'inizio del secolo scorso la battaglia vera sembrava essere questa.   Una battaglia che è ancora in corso.   Che tocca ancora vincere.   Che ci tocca ancora vincere.   Grazie.  

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