Obama debole e pessimista

Difficile sottrarsi all’esigenza di un bilancio. Libia, Siria, Ucraina, Iraq, Iran: la dottrina dello smart power adottata da Obama e celebrata nei libri di Joseph Nye non sembra accumulare successi ma lasciare solo aperti problemi. O quanto meno accrescere il senso di impotenza. La magica combinazione di diplomazia, leva economica, deterrenza militare e credo liberal sembra non farcela. Lo smart power non funziona di fronte ad uno stato fallito, ad un regime spietato, alla minaccia egemonica di una potenza nucleare regionale, al conflitto indecidibile tra estremismi dell’islam politico. E finisce con il diventare una sbiadita copia del più tradizionale armamentario dei vecchi “realisti” delle relazioni internazionali: appeasement e containment. Concedere all’interlocutore animato da intenzioni aggressive qualcosa sperando che rinunci ai suoi propositi. Impedire che l’interlocutore allarghi la propria sfera di influenza disinteressandosi dei suoi assetti interni. Il vecchio e caro equilibro di potenza. Con buona pace non solo dell’ormai defunto nuovo ordine mondiale ma anche del più modesto interventismo democratico e dell’ancora più rinunciatario realismo liberal. Dopo l’intervista di aprile dal sapore un po’ andreottiano della ministra Mogherini sul caso ucraino – non ci sono buoni e cattivi; meglio lasciare stare la NATO; le strategie punitive sono un passo indietro - è utile forse rilanciare alcuni spunti sul quadro generale del confronto in corso. Il dibattito sulla stampa internazionale è ripartito. Robert Kagan – che dominò quello dell’inizio degli anni duemila stigmatizzando la rinuncia ideologica dell’Europa all’uso della forza regolata per applicare il diritto internazionale e proteggere i diritti umani – torna alla carica. Ora sotto il suo tiro sono gli Stati Uniti di Obama che si ritirano da troppi scenari, lasciando soli i sostenitori del multilateralismo interventista e tutti coloro che non rinunciano a difendere i diritti umani. In altre parole tutti quelli che hanno preso sul serio l’emergere di un vero e proprio dovere di protezione dei diritti umani, a prescindere dal rispetto di una versione della sovranità statale non più attuale. E soprattutto che pensano la minaccia terroristica non come conseguenza di ineguaglianza e povertà ma come l’espressione di un lucido disegno di aggressione al sistema liberale delle relazioni internazionali e ai suoi protagonisti. Un disegno che minaccia allo stesso tempo sicurezza, libertà e interessi. Nel mezzo del dibattito è piombato il discorso di Obama a West Point. Trascurato nelle nostre discussioni nazionali ed europee, con opinioni pubbliche catturate da sentimenti antieuropei e genericamente isolazionisti, richiede invece una grande attenzione. Canonica la struttura dell’argomentazione, apparentemente priva di radicali contenuti innovativi la conclusione, nella sostanza però una svolta. Obama prende le distanze dai vecchi realisti, quelli per cui i conflitti in giro per il mondo non sono un problema degli americani. Come dagli interventisti, quelli per cui quei conflitti sono invece una minaccia all’ordine internazionale, un incitamento alle mire espansionistiche e, in ultimo, una violazione dei diritti umani. Tutte cose che sono o diventano velocemente un problema innanzi tutto per la sicurezza degli americani e per la manutenzione di un giusto ordine internazionale. Ai primi riconosce il vantaggio di poter contare sul consenso degli americani insoddisfatti degli insuccessi delle recenti costosissime – da molti punti di vista - azioni militari. Ai secondi la fondatezza del pieno sostegno verso un ordine internazionale fondato sulla libertà e sui diritti umani. Anche se non perde l’occasione per mostrare come questo sostegno nasca non solo come imperativo morale ma anche come esigenza di sicurezza nazionale. Come dire, non si tratta di promuovere la giustizia nel mondo, si tratta di difendere noi stessi e i nostri figli. Facendo questo promuoviamo la giustizia. Costruiti questi due bersagli alternativi, Obama ha la strada spianata per lanciare la sua terza via: quando non c’è una minaccia diretta verso gli Stati Uniti e i suoi alleati, diplomazia, sanzioni, isolamento, appello al diritto internazionale sono le vie principali per risolvere le crisi. La via militare, necessariamente multilaterale, viene dopo. In altri termini quello che è lo strumento principale per difendere gli interessi americani e quelli degli alleati, l’azione militare anche unilaterale, diventa lo strumento di ultima istanza, e comunque in un quadro multilaterale, quando le situazioni di crisi non minacciano direttamente quegli interessi. La svolta sta esattamente in questa asimmetria tra minaccia diretta e minaccia indiretta. Obama non è un realista a tutto tondo. Anche per lui – sebbene nel medio periodo – la minaccia ai diritti umani e la presenza di regimi autoritari finisce con il minare gli interessi nazionali del paese e dei suoi alleati, anche quando appare viceversa come lontana e ininfluente. Ma l’interesse a risolvere le crisi e l’obbligo di proteggere i diritti umani minacciati vanno trattati diversamente da come si affrontano gli eventi che mettono direttamente in pericolo il modello sociale e la sicurezza degli americani e dei loro alleati. Multilateralismo e soft power nel primo caso. Unilateralismo e hard power nel secondo. Nye direbbe smart power: una combinazione intelligente di entrambi a seconda delle condizioni imposte dalle circostanze esterne. L’applicazione in corso di questa dottrina, benché molti la leggano anche come razionalizzazione ex post di comportamenti ondivaghi, in Libia, Siria, Ucraina, Iraq e Iran sta dando risultati non proprio soddisfacenti. Cavarsela con l’air strike quando on the ground si profila uno stato fallito non funziona. Proclamare l’indisponibilità del rispetto dei diritti umani o di un più modesto diritto di guerra per poi finire con l’affidarsi al solo equilibrio di forze interne tra regime e opposizione non funziona. Combinare appeasement e minacce di containment a fronte di un intreccio geopolitico che riavvicina pericolosamente le tendenze egemoniche della Russia con il non risolto rapporto della Germania con l’Est europeo, non funziona. Lasciare alle sole forze interne la stabilizzazione del regime-change non funziona. Scambiare un rallentamento o in qualche modo un contenimento del programma nucleare con il riconoscimento dell’egemonia regionale a un regime illiberale che continua a minacciare la sicurezza di Israele non funziona. Sotto un certo punto di vista il discorso di West Point coglie nel segno. L’azione militare non è l’unica né la prima. Anzi, purché si agisca preventivamente con tempestività, è l’ultima. E non sempre utilizzabile. Ma su questo praticamente tutto l’interventismo liberale convergerebbe senza difficoltà. Soft power e dimensione economica delle relazioni internazionali l’hanno certificato da tempo. E in più: l’alternativa tra realismo e idealismo ha fatto il suo tempo. Il confronto non corre più tra chi pensa solo ad armarsi per difendersi dalle minacce e chi pensa al governo mondiale. La linea di frattura è un’altra e attraversa i campi tradizionali, realisti e interventisti, destra e sinistra. La linea passa tra chi semplicemente auspica la diffusione di regimi di libertà e democrazia e chi ritiene che la conversione a questi regimi, in situazioni che presentano viceversa tratti di autoritarismo o tirannia, sia il principio centrale di ogni politica di sicurezza nazionale. Chiaro che in quest’ultimo caso salta la distinzione tra minaccia diretta e indiretta su cui Obama costruisce tutto il suo edificio strategico. Da questo punto di vista neo conservatori dell’era Bush e sinistra interventista dell’era Blair sono più che mai vicini. E’ questa la tradizione da cui Obama prende le distanze in direzione di una sorta di “realismo liberale” come lo ha definito Nye. Un realismo dietro il quale si scorge tuttavia un pessimismo assai radicato sulla capacità di controllare gli effetti delle azioni intenzionali sullo scenario della politica internazionale. Tale per cui – ironia tragica della storia americana – gli eccessi nei tentativi di ridurre il male nella storia si traducono in arroganza e fallimenti. Cioè in altro male. Un lato dell’agostinismo di Obama e dei suoi maestri, Niebuhr in primo luogo, prima ancora che un giudizio razionale sui limiti delle politiche precedenti.

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