NOworld

Sono sotto i nostri occhi i primi effetti del NO. Sono bastate 12 ore e come in una puntata di Westworld i residenti del parco a tema “le gioie del parlamentarismo” hanno ricominciato a dare esecuzione al software. Pensano di essere autonomi ma eseguono istruzioni già scritte: le istituzioni politiche non sono uno scherzo e sono tutt’altro che sovrastruttura. Stabiliscono il campo di gioco, danno forma alla posta in palio, inducono gli attori politici a modificare le loro scale di priorità, quello che gli conviene e quello che non gli conviene fare. Eccoci dunque ripiombati sul set della cosiddetta prima repubblica o se vogliamo nello scenario delle elezioni del 2013, quelle per capirci di Bersani che tenta un accordo in diretta streaming con Grillo: i governi si fanno sulla base dei giochi tra le oligarchie fuori e dentro il Parlamento, non conta cosa si deve fare ma come posizionarsi per sfruttare al meglio le debolezze dell’avversario, il Presidente della Repubblica che non gode di un investitura diretta e soprattutto non è titolare di un indirizzo politico è costretto a giocare un ruolo decisivo di cui non risponderà politicamente a nessuno, c’è sempre un’emergenza che giustifica un governo di emergenza, c’è sempre una legge elettorale da cambiare, e così via. Una puntata di una serie già vista, non solo in Italia ma anche in altri sistemi parlamentari che non per caso hanno poi deciso di fuggire da quel tipo di parco a tema per approdare al mondo più digeribile dei governi in varie forme legittimati direttamente dagli elettori. Come liberare i residenti dal software in esecuzione? Il primo passo è capire se quel software consente in qualche suo angolo o per qualche imprevisto glitch l’irrompere della consapevolezza che prelude alla volontà di cambiare. Il governo che ha perso il referendum questo aveva fatto. Anch’esso era figlio dei giochi parlamentaristici, quindi aveva dato in qualche modo esecuzione al medesimo software, ma ha giocato una partita del tutto diversa, imponendo pratiche, ritmi e modelli di relazioni che pur scontando un quadro costituzionale invecchiato e paludoso – che difatti si voleva cambiare – somigliano molto a quelli del mondo normale. E cioè a quelli di un sistema parlamentare razionalizzato, come volevano i costituenti del 1948 avendo lucidamente messo nel conto la fine dell’eccezione costituzionale della guerra fredda, nel quale il governo non ha la funzione di debole comitato esecutivo della maggioranza parlamentare ma di suo solido comitato direttivo. Una funzione assegnatagli da un mandato elettorale conferito dai cittadini. Gli elettori del 4 dicembre volendo dare un segnale di generale dissenso hanno decretato che la “via d’uscita” dal parlamentarismo all’italiana proposta dal governo non fosse ben congegnata. Ora dobbiamo ricominciare da capo e siccome nel comporre il voto di domenica scorsa è stato determinante l’allineamento politico non c’è altra via che rimettere agli elettori l’onere del giudizio per un restart. Insomma una via d’uscita è necessaria e ci sono i margini di libertà per disegnarla: chiunque prova a nascondersi dietro il velo dei piccoli calcoli di partito sa di nascondere la verità.

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