Monti e il bipolarismo

L’editoriale di Eugenio Scalari su Repubblica del 20 novembre ha almeno un merito. Toglie molti dubbi intorno a un punto sul quale in molti si sono confrontati in questi giorni. Il governo Monti nasce in regime di sospensione del bipolarismo, non certo della democrazia come estremizzando si dice. E su questo tutti siamo d’accordo, incluso Napolitano che si preoccupa di chiarire come occorra tornare a far funzionare la democrazia dell’alternanza. Ma, ed ecco la questione, Monti nasce con l’obiettivo di conservare il bipolarismo e l’investitura elettorale di maggioranze e governi, riattivandoli al termine di questa fase straordinaria? O, come non pochi temono, nasce senza una posizione forte a questo proposito e, anzi, come un’oggettiva occasione per liquidare il bipolarismo? La strategia illustrata da Scalfari fornisce più di una ragione ai sostenitori di questa seconda tesi. Il governo Monti non è solo l’espressione dell’insuccesso di Berlusconi, obiettiva causa prima della sua formazione, ma anche il prototipo di una diversa forma di governo nella quale gli elettori distribuiscono i pesi tra i partiti, il Presidente della Repubblica nomina un Presidente del Consiglio e quest’ultimo si costruisce una maggioranza in grado di fiduciarlo in Parlamento. Le elezioni non sono dunque uno strumento – che opera attraverso l’essenziale mediazione dei partiti politici - per scegliere maggioranza parlamentare e capo dell’esecutivo, rispettando la regola per cui il capo dell’esecutivo è anche leader del partito più forte della maggioranza, ma un modo per “censire” il peso relativo delle diverse “concezioni del bene comune” presenti nell’opinione pubblica. Al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio da lui scelto spetta il compito di tentare una sintesi tra queste visioni e di trasformarla in provvedimenti legislativi e amministrativi. Quanto Scalfari esprima così il punto di equilibrio intorno al quale è nato il governo Monti o quanto, al contrario, la sua aspirazione ad appropriarsi della paternità dell’operazione è un’altra questione. Ma i gruppi d’opinione vicini a Repubblica non penso non abbiano avuto, legittimamente del resto, un ruolo importante nella maturazione dell’ipotesi Monti. E dunque il governo Monti ha quantomeno una quota di azioni in mano a sostenitori di una forma di governo opposta a quella del bipolarismo e del mandato elettorale. Una forma che non è forse corretto neppure definire vetero-parlamentarista perché nel gioco tra Presidente della Repubblica e Parlamento è evidentemente il primo a disporre delle mosse decisive, esattamente come avvenuto nel caso del governo Monti, al netto delle considerazioni di emergenza e eccezionalità. Una monarchia costituzionale senza Re, si potrebbe dire, o una forma di governo dualista nella quale l’indirizzo politico promana contemporaneamente da due vertici e il governo sta in piedi se Presidente e Parlamento lo vogliono. Tanto che Panebianco sul Corriere di oggi 21 novembre arriva a proporre, provocatoriamente ma con coerenza, l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, titolare del vero “segreto efficiente” della forma di governo italiana. Come che sia, tutt’altra cosa dalle forme primo ministeriali che costituiscono il nucleo forte del riformismo istituzionale italiano: fusione tra leader dei partiti e candidati Primo ministro; scelta elettorale della maggioranza di governo; indicazione elettorale, diretta o indiretta, del Primo ministro. Se questa ricostruzione è esatta, al di là delle semplificazioni, la domanda è: quale riteniamo sia la quota azionaria del governo influenzata dal modello scalfariano? E quella ancora successiva diventa: i bipolaristi che sostengono il governo Monti, ce ne sono per fortuna anche nel PD, sono in grado di lanciare un’opa sul governo? Sono nelle condizioni di evitare la svolta antibipolarista raccontata da Scalfari? Non sono naturalmente in grado di fornire una risposta. Spero naturalmente di sì, ma una cosa è certa. Il governo Monti nasce per un insieme di condizioni accomunate da una grande fragilità. Nasce con un utilizzo assai estremo dei poteri presidenziali, nasce facendo un passo indietro nel processo di evoluzione delle istituzioni politiche del paese, nasce con un’esplicita clausola di sospensione del bipolarismo, nasce senza sapere se questa clausola funzionerà a termine. Il governo Monti non sembra, al momento, un’occasione sicura per chiudere la transizione e stabilizzare il bipolarismo. Al contrario la strada per il bipolarismo potrebbe farsi più difficile, stretta tra due avversari. Da un lato il proporzionalismo trasversale che l’ha sempre combattuto e che tenterà di egemonizzare la fase di ricomposizione delle coalizioni che si sta aprendo al riparo dell’azione di governo. E dall’altro il dirigismo azionista: non fu Visentini ad avviare, di fatto, la radicale centralizzazione statalistica del sistema tributario italiano negli anni settanta? Un dirigismo che, dimenticando la lezione dei maestri, ha sempre temuto la personalizzazione della leadership, essenziale nelle democrazie di massa, scambiandola a parole con le derive populistiche e preferendogli, nei fatti, quella visione elitaria della politica lucidamente identificata da Scoppola nei suoi libri sulla storia della democrazia italiana come il grande limite dell’azionismo.

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