Mondo cattolico e nicchie centriste

Il rientro di Casini e del suo piccolo gruppo di potere all’interno del centrodestra - da cui, giova ricordarlo, non uscì, ma fu escluso da Berlusconi: Casini voleva restarci nelle elezioni del 2008 ma Berlusconi non  accettò che vi stesse col suo simbolo distinto -  merita un paio di riflessioni. Non tanto per gli effetti che questa decisione produrrà negli equilibri della coalizione, cosa sulla quale non sarebbe per altro inutile discutere. Quanto piuttosto per due considerazioni per così dire di sistema che investono cioè due dei pilastri della transizione del sistema politico italiano dopo la crisi della prima repubblica. La prima è sin troppo facile. Diventa sempre più evidente quanto i sostenitori del vero bipolarismo affermano da tempo. La presunta secondarietà e la sovrastrutturalità del sistema elettorale rispetto ai “veri” fattori politici e ideologici non regge alla prova dei fatti. Conosciamo l’argomento usato e abusato. Il sistema politico italiano non può essere forzato con operazioni di ingegneria costituzionale: sono le strategie delle forze politiche e la pluralità degli orientamenti ideologici a dettare le regole della competizione politica. Se le prime e i secondi non ne vogliono sapere del bipolarismo è inutile tentare “dall’alto” di trapiantarlo in un mondo che non è fatto per quello schema. Bene. Casini dimostra come tutta questa impalcatura crolli al primo segnale di cambiamento costituzionale. E’ bastato raggiungere un accordo, per quanto faticoso e non privo di difetti, per una legge elettorale autenticamente bipolare per liquidare nel giro di poche ore strategia e ideologie neocentriste. Come sappiamo sono gli elettori centrali ad essere decisivi nei sistemi politici che funzionano secondo uno schema bipolare. Al contrario nei sistemi che funzionano secondo uno schema consensuale ad impianto proporzionalista sono i partiti centristi, cioè i gruppi di potere che li controllano, a giocare fino in fondo il loro potenziale di ricatto e di condizionamento. Un sistema elettorale bipolare e maggioritario costringe i gruppi di potere centristi non a scomparire, come si continua a ripetere senza ragione, ma a schierarsi rinunciando al loro potenziale di ricatto. E’ un punto cruciale questo sul quale da venti anni gioca, perdendo senza scampo, la strategia di comunicazione dei centristi di tutti i tipi, dalla Bindi del 1993-94 (ricordiamoci che il Ppi unitario si ruppe nel febbraio 1995 appena approvata la legge Tatarella con premio di maggioranza per le elezioni del successivo aprile) ai Monti e ai Casini del 2013, passando per i Riccardi, gli Oliviero e i Bonanni. Tutti di fatto legittimati dalla teoria dalemiana secondo cui gli elettori seguirebbero i loro dirigenti e, quindi, sarebbe preferibile un sistema in cui la sinistra facesse la sinistra per allearsi solo dopo col centro. Una teoria ampiamente utilizzata per giochi parlamentaristici di coalizione ma definitivamente falsificata nelle ultime elezioni politiche che con la massima mobilità degli elettori hanno demolito quello schema. Schema per altro continuamente riproposto contro Renzi, il quale ha invece vinto le primarie per rilanciare la vocazione maggioritaria dopo quella sconfitta del 2013. La seconda rimanda a quest’ultimo veloce elenco. Un sistema politico bipolare e maggioritario spazza via le chiusure regressive di tanto cattolicesimo democratico, quello per cui bipolarismo e partiti a vocazione maggioritaria sono un tradimento dei valori costituzionali. Il rapido riposizionamento della Bindi ne è una prova. Ad uscirne polverizzata è anche la variante clerico-moderata del cattolicesimo politico italiano, qualunque sia il senso attuale di questa formula. La variante per cui non conta la capacità del cattolicesimo di elaborare una visione e un sistema ordinato di orientamenti sulle principali issue. Né la sua capacità di stare sul pezzo, cioè di affrontare i problemi più urgenti del paese, in altri termini di orientarne l’agenda: il modello Settimane sociali di Reggio Calabria, per capirci. Ciò che conta è la capacità di organizzare un consenso attorno ad un gruppo di potere sufficientemente influente da poter negoziare, con qualsiasi interlocutore forte, i presunti “interessi cattolici”: il modello incontro di Todi, per capirci. Non a caso è proprio questa galassia clerico moderata a vedere disperso in mille rivoli il proprio progetto. Prima ancora che per - queste sì realmente sovrastrutturali - ragioni ideologiche, per effetto del riassestamento bipolare e maggioritario del sistema politico prefigurato dalla riforma elettorale. Non a caso questa galassia ha sempre sinceramente detestato il sistema bipolare e maggioritario. E per capire il fenomeno piuttosto che rivolgersi strumentalmente ad un’immaginaria terza via della dottrina sociale della Chiesa tra liberismo e socialdemocrazia è molto meglio ricorrere alla teoria tutta politologica della reazioni previste. Il riposizionamento del cattolicesimo neocentrista si spiega molto meglio così. Quello che infine lascia assai perplessi è l’ormai debolissima cultura politica di alcune realtà e associazioni del mondo cattolico, accompagnata da una lacunosa conoscenza delle dinamiche esterne al contesto italiano. Ex dirigenti di quest’area, persino dopo il riposizionamento annunciato di Casini e quello in senso opposto dai montiani - entrambi del tutto prevedibili quando nelle settimane scorse maturò la scissione a livello parlamentare - continuano a parlare di un presunto progetto 'popolare' che sarebbe fattibile fuori dai poli e che invece è con tutta evidenza una mera nostalgia del passato. Nostalgia che nutre la sopravvivenza di una piccola quota di ceto politico che non aspira altro che a partiti di nicchia. Non ha alcun senso in una società ampiamente pluralistica partire da un contenitore autoqualificato di ispirazione cristiana e privo di contenuti da aprire ad altri interlocutori, secondo uno schema deduttivo da anni '50, o richiamarsi a un popolarismo europeo che è saldamente ancorato a destra del centro, in qualche caso collocato anche più a destra di Berlusconi. Lo schema bipolare stringe i centristi in un angolo e rimette al centro gli elettori e il partito a vocazione maggioritaria. Altro che nicchie.

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