Le regole della crisi, di Giorgio Armillei

Il 4 dicembre 2016 la Lega, il M5s, Berlusconi, un pezzo del PD ora al comando con Zingaretti – e naturalmente gli elettori - hanno voluto mantenere un sistema parlamentare puro, quasi assembleare, con poteri necessariamente ampi e decisivi del Presidente della Repubblica, Capo dello stato e reggitore delle fasi di crisi. I primi non possono dunque ora fingere di "chiamare" le elezioni anticipate, pretendendo di sciogliere il Parlamento in base alle loro convenienze elettorali. Il sistema che hanno difeso il 4 dicembre non funziona così.  

Ora tocca al Presidente della Repubblica, una volta formalizzata la crisi, valutare i rapporti di forza in Parlamento, gli orientamenti dei gruppi parlamentari, l'esistenza e la tenuta temporale di possibili maggioranze per dare il via a un Governo, gli effetti della crisi e della sua soluzione sul sistema della governance economica dell'Unione europea il cui diritto fa parte del nostro quadro legale. Siamo in un regime parlamentaristico non razionalizzato e le regole sono queste. Può non piacere ma è così. Al massimo si può insistere nel demitizzare il ruolo del Presidente della Repubblica (altro che potere neutro) ma in un parlamentarismo non razionalizzato il Presidente della Repubblica è il dominus delle fasi di crisi, la bontà delle sue scelte si misura ex post sulla base dei risultati.  

Non abbiamo infatti a disposizione scioglimenti governativi per ricondurre a ragione pezzi di maggioranza inclini al trasformismo, né autoscioglimenti. Non avendo ricevuto un mandato direttamente dagli elettori che prefiguri un’investitura diretta o indiretta del governo, come sarebbe accaduto per il combinato disposto della riforma costituzionale e della connessa legge elettorale, non disponiamo di uno scioglimento che riallinei quel mandato che non c’è mai stato con la maggioranza e il suo governo. Non c’è un elettorato cui ridare la parola o meglio non c’è ragione per ridare una parola che in questo senso non è mai stata pronunciata. Si riparte dalle regole e dai cerimoniali delle crisi di governo in un sistema parlamentare non razionalizzato, nelle quali si sa da dove si comincia ma non si sa dove si finisce. 

La corsa alle urne non ha dunque basi costituzionali. Meglio guardare altrove per capire cosa è meglio e si può fare in questa fase aperta dall’implosione del governo sovranista. Occorre evitare ruzzoloni di finanza pubblica, rispettare contenuti e tempi delle regole di governance dell’Unione, in particolare dei regolamenti europei sul monitoraggio e la valutazione dei documenti di bilancio (two pack) con la scadenza del 15 ottobre, impostare una manovra finanziaria che tenendo conto del DEF e della nota di aggiornamento al DEF risulti credibile per la Commissione e per i mercati. 

Il primo governo sovranista è archiviato. La parola torna al Capo dello stato. In attesa di un quadro istituzionale che consenta agli elettori di scegliere tra sovranisti e liberali.

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