Le domande scomode di Scoppola al Pd di Beppe Tognon

Dove sono i cattolici? Le domande scomode di Scoppola al PD di Beppe Tognon Presidente della Fondazione trentina Alcide De Gasperi dall'Unità del 29.10.2012 LA POLITICA ITALIANA è AD UN BIVIO IMPORTANTE: DOVE SONO I CATTOLICI? SOCCOMBERANNO ANCHE LORO SOTTO IL FALLIMENTO DEI PROGETTI POLITICI avviati vent’anni fa o sapranno svilupparne alcuni su basi nuove? La scelta è importante oggi soprattutto per la sinistra: se riprenderà la guida del governo non può far finta di non vedere che ciò avverrà senza un grande progetto e soprattutto con un Pd in crisi di identità. Lo spettacolo di una classe dirigente italiana che ha sostanzialmente fallito, non soltanto in Parlamento, sarebbe meno preoccupante se almeno il Pd fosse stato messo in sicurezza sui binari di una prospettiva politica solida, con una vita democratica interna sana e con una selezione attenta del gruppo dirigente. Se così fosse stato, le primarie per la guida del governo avrebbero avuto il senso di un congresso preparato dentro il partito e celebrato tra i cittadini e non come invece saranno di un congresso sulla fine del partito, conferma imponente ma impotente della sua inconsistenza. Se vince Bersani il partito sarà il puntello di un governo di coalizione fragile; se vince Renzi invece questo Pd non potrà esistere più e non è tuttavia chiaro che cosa diventerà. Nel Pd sale la corrente di chi non vuole vedere la crisi del progetto socialdemocratico e «salta» Monti che in questo momento rappresenta la dura realtà del Paese sognando una discontinuità che per i vincoli internazionali e per la situazione economica non potrà esserci. Fuori dal Pd sale la corrente di chi invece vuole, dietro Monti, mandare in soffitta il bipolarismo ma non spiega come si possa governare il Paese senza grandi partiti. Questa corrente, ancora magmatica, dice che i vecchi partiti sono morti, ma non presenta alternative degne di nota. Spera in sostanza di lucrare dalla disgregazione della destra. Una situazione politicamente interessante, ma molto ambigua, perché Monti, che in realtà è l’emblema di una politica obbligata diventa in questi mesi il pretesto per coprire il fallimento di un ventennio di transizione e di tutte le famiglie politiche, anche dei cattolici. In un Paese normale la fine di un governo di emergenza segnerebbe l’avvento di una nuova stagione, come fu dopo la Liberazione, e come fu tentato dopo Mani pulite, con l’emergere di personalità politiche che a capo di partiti popolari si assumono la responsabilità di aprire una fase nuova. è stato il caso di De Gasperi che solo dopo essersi imposto come capo della Dc si impose come capo dei governi della ricostruzione. La domanda allora è molto semplice: la nuova leadership politica italiana può sorgere dall’attuale governo? Avrà come orizzonte la costruzione di una grande sinistra? O invece aprirà le porte alla ricomposizione di un nuovo soggetto di centro destra? Può Monti o un altro più forte di lui ripetere sulla sinistra l’operazione che fece De Gasperi nel riunire tutti i moderati intorno alla Dc? Può Monti riuscire dove non riuscì Prodi che rinunciò alla fatica di dotarsi di una sua forza politica? Rispondere a queste domande significa riprendere i ragionamenti di maestri come Pietro Scoppola, scomparso proprio 5 anni fa quando fu battezzato il Pd, per la cui nascita si era speso con generosità, preoccupato già allora per la mancanza di rigore democratico. Scoppola, che sognava il «partito nuovo» liberato da ogni pretesa gramsciana di egemonia e dotato di un’anima quasi rosminiana di serena accettazione della realtà accompagnata da grande intransigenza nel rispetto della coscienza morale dei cittadini fu lo storico che ha saputo spiegare De Gasperi ai suoi successori democristiani, ma anche ai comunisti e ai molti intellettuali che avevano liquidato il decennio del centrismo come una esperienza «obbligata» e politicamente poco interessante o addirittura reazionaria. Anche per merito della rilettura di Pietro Scoppola, noi sappiamo che nelle corde di De Gasperi c’era una fortissima tensione ideale ma non c’era la pretesa di dare al popolo italiano, anziché sicurezza, benessere e pace, come fece, una visione della storia e una collocazione internazionale diversa da quella che la nazione aveva meritato o poteva permettersi. Non c’erano tentazioni presidenzialiste ma nemmeno cedimenti al tatticismo. Non fu sconfitto dalla Storia, ma dal suo partito. Quali sono oggi le risorse, i volti, che i cattolici italiani possono offrire ad una ricostruzione complessiva del quadro democratico del Paese? Più che dei «resti» cattolici che vogliono riunirsi per il momento intorno a Monti sarebbe bene parlare dei cattolici in tutti i partiti, e in particolare nel Pd che sarà il perno del futuro governo. Che cosa fanno per dare voce alle attese dei credenti? Il papato è saldo, scriveva Scoppola, ma le chiese sono vuote; Cristo parla al cuore degli uomini, ma la Chiesa sembra parlarsi addosso, notava il cardinale Martini. Occorre aiutarla. Con il Concilio i cattolici hanno ridefinito la loro laicità politica e proprio perché non possono più nascondersi semplicemente dietro la fede devono prendersi a cuore le questioni meno amate dai potenti e più difficili da risolvere. Nell’imminenza di una campagna elettorale importante, invece di riunirsi a discutere in astratto sull’impegno politico, avrebbero l’opportunità di trovare prima delle elezioni una posizione chiara almeno su tre questioni: sulla legge elettorale per riqualificare la Rappresentanza politica (e non invece manovrare per far sì che dalle elezioni non esca un vincitore); sulla politica fiscale per responsabilizzare il Tesoro e l’ Amministrazione (non le banche o le imprese che devono fare profitti) su obiettivi sociali veri; sulla Formazione, per dimostrare che l’istruzione e i beni culturali sono il fondamento delle libertà future e dell’unità del paese. Valga come programma politico di base il rovesciamento della terribile regola dei due terzi: i due terzi della società che insieme hanno meno del terzo dominante siano serviti dal governo e dalle leggi come se valessero tre terzi. Il potere del terzo dominante, determinato dalle logiche sempre più dure del mercato, che non sono da demonizzare, non verrebbe rovesciato ma controbilanciato da quel principio antico della democrazia che dice che le leggi e gli atti di governo sono il volante e non le ruote del corpo sociale. I politici che si rifanno a De Gasperi o a Moro non possono farsi riconoscere soltanto per essere dei tattici, abili a sfruttare la scia degli eventi e a unirsi o a dividersi sull’onda del momento dietro a questo o quel capo, per sopravvivere o saltare le tappe di una carriera, ma dovrebbero essere i più esigenti e i più trasparenti tra i politici italiani. Più che di una coalizione che vince, e poi si vedrà, c’è bisogno che i cattolici che si assumeranno la responsabilità di governare dicano in che modello di democrazia credono e se ritengono di rimanere fedeli alla Costituzione repubblicana.

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