La sanità e le illusioni della piazza, di Giorgio Armillei

Populismo penale e gogna mediatica hanno la meglio nella discussione pubblica sui gravi fenomeni della sanità in Umbria. E mettono per l’ennesima volta fuori gioco un livello di confronto più attento e meditato, quello che sarebbe necessario per affrontare seriamente i problemi. Fotonotizie e assalto al PD chiudono la partita. Una piazza e un candidato diventano l’unica risposta. E si immagina così di voltare pagina.

Dovremmo invece interrogarci e darci delle risposte intorno a questioni più radicali. I fenomeni clientelari come le clamorose inefficienze della pianificazione sanitaria nazionale - turn over del personale sanitario negli ultimi anni ridotto in alcune Regioni al 25%; tasso di compensazione nazionale tra uscite e entrate di personale inferiore al 70%; cattiva programmazione degli accessi ai corsi di laurea; severa progressiva mancanza di personale medico; tutti dati forniti dall’Osservatorio nazionale sulla salute dell’Università cattolica di Milano – esprimono non tanto l’errore di questo o quel gruppo dirigente quanto le tracce di un’inefficienza genetica della politica che si occupa di sanità. Non ci sono buoni e cattivi: ci sono modelli istituzionali (politici, economici, aziendali) più o meno efficienti che nel medio periodo mostrano, nonostante l’impegno dei buoni e i tranelli dei cattivi, i loro punti di forza o viceversa i loro punti di debolezza.

Manca personale sanitario e si sbagliano le politiche degli accessi universitari. Ci troviamo di fronte ai limiti del pianificatore politico che pretende di saperne in anticipo più della realtà e dei suoi processi di cambiamento. E non disponendo del sistema dei prezzi come segnalatore ed equilibratore del confronto tra le esigenze della salute da un lato e i costi dall’altro, cerca di imporre i suoi numeri alla realtà. Chi prende le decisioni è soggetto agli indirizzi di governo e non alla domanda di sanità e alla struttura dei prezzi di mercato. Non è raro così finire con l’andare a sbattere contro un muro. Un modello inefficiente che va cambiato.

Burocrati e politici colludono per obiettivi che non hanno a che fare con l’interesse collettivo. Ci troviamo anche qui davanti a un limite oggettivo: coloro che occupano posizioni determinanti nel processo decisionale politico amministrativo perseguono loro funzioni di utilità, senza nessun meccanismo esterno che segnali soddisfazione o insoddisfazione per i risultati dei loro prodotti. Se poi aggiungiamo a questo dato di base l’intreccio tra interessi aziendali (della sanità) e interessi universitari (sulla sanità) il quadro degli incentivi all'oligopolio si rafforza. E il meccanismo elettorale di controllo e valutazione dei decisori politici opera troppo sul breve termine, non essendo sensibile agli effetti strutturali delle politiche. La democrazia politica senza accanto mercati efficienti non funziona. Ancora un modello inefficiente che va cambiato.

Siamo così faccia a faccia con due casi di “fallimento della politica” ai quali non si rimedia dando più poteri all’ANAC,  allargando ancora lo spazio di manovra delle procure o spostando più in alto o più in basso i poteri decisionali. Togliamo il potere di nomina del management sanitario alla politica? Per darlo a chi, si potrebbe aggiungere, senza rischiare di cadere nello stesso meccanismo di fallimento? Davanti a questi ripetuti episodi di “fallimento della politica” il riformismo liberale ha tentato, anche in Italia, di correggere il modello. Sostituire i fallimenti del mercato con i fallimenti della politica non produce infatti grandi risultati, se si vuole un uso efficace delle risorse e una altrettanto efficace risposta ai bisogni. Dopo quasi 25 anni di tentativi non è difficile riconoscere come i poteri di veto di politici e burocrati siano riusciti a prevalere su quei tentativi. Se immaginiamo però di riformare la sanità con il vecchio “un’altra politica è possibile” temo non faremo altro che il gioco di quegli stessi poteri di veto.

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