La relazione Notastefano (vicepresidente Aci) al Convegno Bachelet

Giuseppe Notarstefano Vicepresidente nazionale del Settore Adulti di Azione Cattolica Appartengo ad una generazione che è cresciuta e si è formata nell’Azione Cattolica che Vittorio Bachelet ha sognato, ri-elaborato, ri-organizzato. Un’AC che negli anni del post-Concilio ha scelto di realizzare una presenza dei credenti nella vita pubblica caratterizzata da un forte radicamento spirituale e da un esercizio della vita cristiana alimentato nel discernimento e allenato attraverso una formazione rigorosa delle coscienze, attenta alla globalità della persona e alla gradualità pedagogica. Molti di noi non hanno conosciuto direttamente Vittorio Bachelet, ma senza dubbio alcuno egli è stato per ciascuno di noi un compagno di strada prezioso e una figura educativa straordinaria: le sue parole, i suoi scritti e ancor prima la sua luminosa testimonianza ci hanno guidato consegnandoci il senso profondo di uno stile autentico e gioioso della vita credente. Il suo volto mite, il suo sorriso, bonario ed aperto, ci mostrano ancora oggi quella “gioia del Vangelo” che papa Francesco indica come cifra imprescindibile del cristiano. Egli è una persona sempre disponibile ad accogliere il messaggio evangelico come forza paradossale e dirompente che mentre orienta interiormente la vita interiore la dilata progressivamente e positivamente nei vasti campi dell’umano. è questa una dinamica, insieme interiore e storica, capace di generare creativamente spazi inediti di fraternità, di amicizia e di convivialità da offrire generosamente a tutti. Diventare ogni giorno “amici di tutti” - scriveva Vittorio in un editoriale di Ricerca, la rivista degli Universitari Cattolici della Fuci di cui è stato condirettore – i cattolici “non hanno nemici”, non possono averne, semplicemente perché essi devono amare tutti. Agire, bisogna, certamente. Parlare, anche a voce alta e sicura, tutte le volte che sia necessario, e spesso, molto spesso, è necessario agire e parlare con coraggio. Ma soprattutto è necessario agire e parlare con amore. Un compito difficile, come riconosceva lo stesso Vittorio, particolarmente in quel periodo e in quel clima così carico di tensioni sociali e di contrapposizioni politiche. è possibile ravvisare nelle parole di questo scritto giovanile, il programma di tutta un’esistenza costantemente vissuta all’insegna del dialogo. Il dialogo è ascolto profondo dell’altro e delle sue ragioni. è desiderio di comprensione, è sincera passione per la discussione ben argomentata che, non di rado, sa farsi ricerca condivisa dei frammenti di verità presenti nei soggetti dialoganti. Ma il dialogo è soprattutto, per Bachelet, un’urgenza culturale con cui accompagnare i passi della nascente democrazia, e ancor di più sarà lo stile, sempre acuto e delicato, dell’esercizio di funzioni istituzionali e di responsabilità assunte di fronte alla comunità. I laici credenti possono e devono prendere parola nello spazio pubblico, contribuire con il proprio originale contributo alla ricerca del Bene comune possibile, ma è soprattutto lo stile cordiale e accogliente che deve connotare il loro apporto all’edificazione della città comune. L’impegno civile identifica dunque un perimetro più vasto della sempre importante azione diretta nella vita politica democratica, e i cattolici sono chiamati ad ampliare tale spazio ricomprendendo in esso l’impegno e “la fatica della preparazione, - sono parole sue! - l’educazione delle doti personali, la conquista dell’abilità tecnica e professionale e, soprattutto, la partecipazione viva al travaglio dell’umanità nel momento storico in cui ci si trova a vivere e ad operare”. Compito educativo e prospettiva culturale costituiscono indubbiamente le coordinate fondamentali all’interno delle quali si articola e si sviluppa un autentico impegno civile. La generazione di Vittorio Bachelet aveva conosciuto il regime autoritario e mortificante della dittatura e, proprio nella pratica rigorosa dello studio e dell’elaborazione culturale e nella custodia di relazioni associative essenziali ma quotidiane, aveva maturato un profondo anelito alla libertà. Una libertà che deve però essere “completa” – scrive Bachelet in articolo de’ Il Quotidiano del 14 maggio del 1948 “è la libertà della cultura, la liberazione dell’ignoranza quello di cui l’uomo ha soprattutto bisogno. Perché è vero che esiste una sperequazione tragica tra pochi privilegiati aventi a loro disposizione le più larghe possibilità economiche e una massa ingente di persone costrette a lottare per vivere o per morire più tardi – e continua Vittorio ponendosi una domanda di straordinaria attualità “perché così pochi conoscono le borgate periferiche delle nostre città?” – Era il 1948, ma ancora oggi questa domanda risuona nella coscienza comune e interroga una società che ha smesso di perseguire l’obiettivo dello sviluppo umano e del progresso civile, rassegnandosi ad inseguire l’idea di una vaga crescita delle attività produttive e finanziarie – con risultati peraltro tendenzialmente inadeguati e insufficienti - . Così come in questa espressione si anticipa il tema delle “periferie urbane ed esistenziali”, uno dei cardini del magistero dell’attuale pontefice. L’attenzione ai più deboli ed ai poveri e il tema della giustizia sociale costituiscono non solo uno degli argomenti più ricorrenti nei diversi editoriali ed articoli scritti da Vittorio nella sua intensa attività giornalistica, ma costituiscono un elemento reale di una solidarietà concreta e discreta vissuta nella quotidianità. In un articolo pubblicato la vigilia della festa dell’Assunta del 1946, il giovane Bachelet racconta con uno sguardo pieno di rispetto e di sincera commozione l’incontro con un anziano abitante delle periferie romane, devastate nell’immediato dopoguerra: alla fine di quell’incontro l’anziano signore consegna al suo giovane intervistatore una massima che diventa per Vittorio – è lui stesso ad ammetterlo - una nuova comprensione dei concetti di ricchezza e povertà: “perché la verità è, cari figli, che i quatrini, chi ce ne ha tanti li raddoppia, chi ce ne ha pochi li consuma e chi non ci ha niente… dovemo morì”. Una passione per gli ultimi che guidò lo stesso Vittorio nell’affrontare la campagna elettorale per le elezioni amministrative del 1976, quando – come ci ricordava quello straordinario giornalista che fu Paolo Giuntella nella sua testimonianza al XX anniversario della morte, girò a piedi ed in autobus la sua città per raggiungere ed incontrare le persone proprio in quelle lontane periferie. L’impegno per la città è dunque cura delle sue vulnerabilità e delle fragilità delle persone che in essa abitano e vivono, il Bene comune non può che essere che il perseguimento del bene di tutti, e in particolar modo dei più deboli e dei piccoli. La tenuta della catena si misura dalla forza dell’anello più debole. Nei poveri Vittorio riconosce non solamente un problema sociale, ma in principal luogo la presenza del Cristo che chiede di essere amato e “servito" nei suoi figli più fragili. La tensione sociale, per Vittorio Bachelet, è intimamente connessa alla cura della fede al compito incessante che il credente deve avere in ordine all’evangelizzazione: così infatti scrive, rivolgendosi particolarmente a quei credenti che intendono formarsi all’impegno sociale e politico, nella voce “Presenza dei cattolici nella vita sociale” dell’Enciclopedia Sociale edita dalle Edizioni Paoline nel 1958: non bisogna illudersi perciò che l’efficacia dell’azione sociale dei cristiani possa essere fondamentalmente affidata a questa o a quella pur necessario iniziativa sociale … l’efficacia di questa azione è prima di tutto condizionata dalla fedeltà e dall’azione religiosa dei cattolici”. Non si tratta di mettere in contrapposizione, ma piuttosto di ordinare, di stabilire una priorità. Bachelet ribadisce così quel primato dello spirituale, quello sguardo profondo da rivolgere alla storia delle persone e al loro vivere sociale che impegna in primo luogo i credenti a sperimentare una concreta ed autentica fraternità. Tale sguardo in profondità consente sempre a Vittorio di guardare avanti e più in alto. è il nodo di quella “scelta religiosa” che egli aiuta a compiere all’Azione Cattolica tutta e alla Chiesa italiana per attuare il processo di rinnovamento inaugurato con il Concilio Vaticano II. Una scelta che è in primo luogo esercizio di responsabilità, particolarmente per i laici credenti che vengono chiamati ad assumere con positività il proprio tempo per poter riconoscere davvero e sino in fondo i segni di una presenza viva ed operante del Signore nel tempo e nella storia. Uno sguardo profondo che è ad un tempo empatico e liberante. Da un lato impegna a condividere sino in fondo le “gioie e le speranze” degli uomini e delle donne del proprio tempo e dall’altro richiede un esercizio maturo e libero di ricerca da sperimentare in compagnia degli altri. Leggiamo in un appunto del taccuino del 1964, recentemente pubblicato dalla casa editrice AVE: “Bisogna ricordarsi di non identificare mai se stessi o propri interessi, o anche le proprie idee, con il bene comune”. In ragione di questo orizzonte più vasto della carità scorgiamo altri temi ricorrenti nel pensiero e nell’azione di Vittorio Bachelet: la pace, la famiglia e la difesa dello stato democratico. Temi verso i quali la passione a favore delle buone argomentazioni non perde mai la cura – e direi anche il “gusto” – di ricercare nuovi punti di incontro e di sintesi comune. Scrive il prof. Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’ACI nella sua Introduzione agli “Scritti civili” di Vittorio Bachelet: “Torna dunque, come una costante, nelle riflessioni di Bachelet, la convinzione che l’impegno civile dei credenti, ma allo stesso modo di tutti i cittadini, si possa e anzi debba declinare a differenti livelli. Da un lato, infatti, egli – in modo conseguente rispetto a quella storia del movimento cattolico che studia e a cui guarda con ammirazione – sostiene in maniera convinta il diretto impegno dei cattolici italiani, anche in forma organizzata, nella vita politica del Paese…. Dall’altro lato, tuttavia, rimane presente nei suoi scritti il costante richiamo a non ridurre l’impegno civile alla sola attività di partito. La realizzazione del bene comune necessita, certamente, di un personale politico «di integrità morale e di spiritualità soprannaturale”. La vita democratica e repubblicana deve poter attingere ad un patrimonio di valori, opinioni condivise e credenze che insieme costituiscono quel capitale civico che ne è il fondamento ma che non può essere dato per acquisito una volta per tutte. Esso può essere continuamente arricchito o impoverito nella misura in cui si stabiliscono e si strutturano quelle relazioni di fiducia e di solidarietà che vengono alimentate in luoghi particolarmente idonei a “produrre” tale capitale: la famiglia, la scuola, la partecipazione, la cooperazione. In un simile contesto la politica viene restituita al suo compito più nobile: l’edificazione di istituzioni credibili e trasparenti capaci di garantire il libero sviluppo di tutta la persona e di tutte le persone. Nella visione di Vittorio Bachelet, assume un ruolo fondamentale la classe dirigente, non soltanto quella politica strictu sensu ma essa si estende a tutti coloro che si attrezzano per svolgere con consapevolezza, competenza e rigore etico ogni aspetti della propria vita professionale. Tutte le donne e gli uomini, di ogni età, pertanto possono e devono partecipare alla realizzazione del bene comune, a condizioni che essi – sono parole di Bachelet – “si formino spiritualmente, intellettualmente, moralmente, tecnicamente”. è proprio a partire da tale “cura di sé” – come direbbe oggi la politologa Martha Nussbaum – dalla coltivazione interiore (non intimista!) della propria umanità che inizia la costruzione di un società più fraterna, più giusta, più inclusiva. Lo sviluppo è così quell’ “essere di più” di cui hanno parlato Paolo VI e Benedetto XVI nelle loro encicliche sociali: la fede cristiana si occupa dello sviluppo non contando su privilegi o su posizioni di potere e neppure sui meriti dei cristiani … ma solo sul Cristo, al Quale va riferita ogni autentica vocazione alo sviluppo umano integrale (leggiamo in CIV, 18). è ciò che ripete papa Francesco quando ricorda come uno dei principi dell’azione sociale per i cattolici sia quello che assume il tempo come principio superiore allo spazio, ricordando come “dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi (EG, 223)”. Vorrei concludere il mio breve intervento affermando come in tale principio si possa condensare il contributo civile di Vittorio Bachelet, uomo buono e appassionato dell’umano, educatore paziente e studioso rigoroso, che aiutò una generazione di cattolici a scegliere la via più difficile e per questo preziosa e feconda. Gettare seme buono nelle zolle sconvolte della società italiana, attraversata da profonde trasformazioni, contribuendo ad iniziare percorsi di rinnovamento ecclesiale, sociale e civile di cui noi oggi ci sentiamo profondamente grati.

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