Il PD di Veltroni, di Renzi e degli italiani

Comprensibile che il “veltronismo” di Veltroni scaldi i cuori e restituisca spessore e dignità alla discussione nell’Assemblea Nazionale del PD. Il discorso sulle radici da coltivare e sul futuro da conquistare - o da non perdere - sposta il focus sul piano simbolico mentre nel backstage impazzano i calcoli di convenienza su candidature e seggi. Giusto che sia così, l’uso simbolico della politica è un pezzo della politica. La sfida è sul futuro e non sui posti da senatore e da deputato. Veltroni ha ragione, per quanto il realismo della politologia ci inviti a inserire nell’equazione tutte le variabili. E la gran parte di noi nel Landino ha fatto da anni professione di realismo. Per cui a proposito della scissione ben più che il culto della tradizione e del “popolo della sinistra” vittime dell’arroganza di Renzi poté la probabilità di essere ricandidati e rieletti… Ora si capiscono anche le ragioni del NO di tanto gruppo dirigente del PD. Bene dunque il Veltroni che con il suo semplice esserci inietta ragionevolezza e fiducia in un organismo in preda a una patologica dinamica di contrapposizione tra maggioranza e minoranza. Bene per gli effetti ma i simboli hanno anche un contenuto proposizionale, dicono ed evocano. Quello che ha evocato Veltroni convince, quello che ha detto un po' meno. Almeno una parte di quello che ha detto. Tre passaggi fatti di parole e omissioni non sono convincenti. Veltroni insomma è meglio del veltronismo. Il PD è sì aggregazione della sinistra riformista italiana. Ma è un’aggregazione sulla base di una scelta, non è un Ulivo migliore. Popolari, PDS, Ulivo, Margherita, DS sono la materia prima, il disegno è un’altra cosa. E in quel disegno non c’è tutto quello che c’era nella materia prima. Un pezzo di Popolari, un pezzo di PDS, un pezzo di Ulivo, un pezzo di Margherita, un pezzo di DS non ci stanno in quel disegno, c’è poco da fare, a meno di non rinunciare a quel disegno. Come diceva Michele Salvati, aveva ragione De Gasperi e non Dossetti, aveva ragione Craxi e non Berlinguer. Aveva ragione Andreatta. Aggiungo io, aveva ragione Veltroni con la sua vocazione maggioritaria non per ideologia ma per efficacia dell’azione di governo. Non è cosa da poco. In tempi di tensioni e scissioni occorre esaltare ciò che unisce, Veltroni è formidabile da questo punto di vista. Ma ciò che unisce non è la somma delle parti e neppure l’evocare la storia gloriosa delle parti. Questo è il PD: fuori di questo PD c’è l’Unione, neppure l’Ulivo. Il confronto congressuale, sgomberato il campo dai tatticismi della scissione, farà bene a tornare ancora una volta su questo terreno. Come nel 2006-2008, come nell’elezione di Renzi 2012-2013. Veltroni andò su quel terreno, il veltronismo invece provò ad aggirarlo. Dalle parole alle omissioni, l’omissione sul 2008-2009. La verifica diretta del consenso dopo le elezioni amministrative del 2009 fu evitata. Veltroni non ebbe il coraggio di proporla e imporla. Il suo buonismo fini con l’imporre invece al PD un quinquennio di oscillazioni veterounioniste, cinque anni che pesano come un macigno. Cinque anni che sono passati nel perpetuare la demonizzazione del centrodestra che lui stesso aveva combattuto, senza rendersi conto che sotto gli occhi il populismo giudiziario veniva allo scoperto e si trasformava in potente aggregato elettorale. Quando la paura genera mostri. E infine la vecchia questione della destra e della sinistra. Veltroni dice: Trump, Le Pen e Farage ci indicano la faccia della nuova destra che tutti nel PD non possono non vedere come la minaccia più forte, una minaccia che rende irresponsabile ogni divisione. A me sembra invece che con Trump, Le Pen e Farage stiano pezzi più o meno grandi di sinistra, la sinistra del XX secolo, sicuramente pezzi dell’elettorato ma anche pezzi delle classi dirigenti, in tutti i campi. La nuova frattura è tra apertura e chiusura, come disse Blair nel 2007, tra hope e anger come ha detto Obama, tra EU e sovranismo, come dice Draghi. Il voto al parlamento europeo sul trattato CETA ne è un esempio plastico. Da una parte un pezzo (grandissimo) di ppe, poi quasi tutti i liberali e una parte di socialisti e democratici. Dall'altra un pezzo di centrodestra, lepenisti, grillini e ukip, verdi e un bel pezzo di sinistra, francese e italiana. E se non basta penso sia concludente pensare a Corbyn e alla Brexit. Sul modo di reagire a questa linea di frattura anche il PD nuovo di zecca del 2006-2008 è vecchio. Agli italiani serve di più. E in clamoroso ritardo è pure Renzi che spesso oscilla tra l’inseguire la retorica anti EU del populismo e una visione aggiornata dell’Unione. Bene Veltroni dunque per ripartire, meno bene il veltronismo. Il Renzi indispensabile non basta più. Il resto è solo malinconico secolo socialdemocratico (D’Alema, Bersani e Epifani) o spietato calcolo elettorale (Emiliano, Rossi e Speranza).

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