Il mio intervento sul numero di Paradoxa sulla e-democracy

/* Style Definitions */ table.MsoNormalTable {mso-style-name:"Tabella normale"; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0; mso-style-noshow:yes; mso-style-priority:99; mso-style-qformat:yes; mso-style-parent:""; mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; mso-para-margin-top:0cm; mso-para-margin-right:0cm; mso-para-margin-bottom:10.0pt; mso-para-margin-left:0cm; line-height:115%; mso-pagination:widow-orphan; font-size:11.0pt; font-family:"Calibri","sans-serif"; mso-ascii-font-family:Calibri; mso-ascii-theme-font:minor-latin; mso-hansi-font-family:Calibri; mso-hansi-theme-font:minor-latin; mso-fareast-language:EN-US;}

28 novembre

Presentazione del numero di “Paradoxa” sulla e-democracy

1. Giusta la sottolineatura dell’ambiguità delle domande

 

Il tema della democrazia elettronica come illustrato da questo numero di “Paradoxa”, se si escludono le tesi enfatiche di Paolo Becchi, mostrano tutte le ambiguità del fenomeno, soprattutto nel caso italiano dove sono già molti, credo troppi, i poteri di veto (e qui il rischio di eccitare “minoranze intense” su parole d’ordine negative e semplicistiche è reale, come segnala Dino Cofrancesco) e dove vi è difficoltà a seguire logiche decisionali di medio lungo-periodo (che sarebbero incrementate da strumenti quali il recall). Queste contraddizioni le troviamo in almeno tre aspetti del regolamento del Gruppo 5 Stelle: l’espulsione dal Gruppo che è decisa non dai membri del gruppo stesso ma con plebiscito on-line; il dovere di dimettersi nel caso di condanna di primo grado in modo del tutto automatico, l’autoesclusione dalla possibilità di stipulare alleanze politiche

 

2. I due livelli di intervento e la loro gerarchia interna

Pertanto mi sembra che queste istanze andrebbero considerate tenendo però presente, come spiega Enrico Morando, che possono essere incanalate solo con un irrobustimento delle istituzioni e, quindi, dei partiti. Il primo è però gerarchicamente più importante perché, nelle condizioni date di debolezza estrema dei partiti, con numeri simili a quelli francesi, è l’elemento istituzionale a dover fare da traino.

3. Attenzione alle risposte solo difensive..sulle istituzioni

Ovviamente non dobbiamo rinunciare al divieto di mandato imperativo, cosa che di per sé tenderebbe non a dar forza all’elettorato, ma a dare un eccesso di potere a vertici di partito peraltro poco responsabili. Tuttavia non possiamo nemmeno fare della difesa del divieto di mandato imperativo una trincea cieca che legittima l’irresponsabilità di singoli o di micro-gruppi trasformisti. Non è affatto obbligatorio istituire i gruppi misti nelle Camere (chi non sta nei gruppi può benissimo essere un eletto individuale senza gruppo), non è poi ancor meno obbligatorio riconoscere componenti politiche al loro interno né esigere lo stesso numero di parlamentari per forze che si sono presentate agli elettori col loro nome e per altri raggruppamenti che sono nati dopo. Tutte scelte che non discendono dal divieto di mandato imperativo e che costituiscono potenti incentivi per il trasformismo, di cui non si sente affatto il bisogno. Il recall dei governanti attivato da minoranze di elettori che rendono impossibile ai governanti prescindere dal breve periodo non è di per sé peggiore del recall di minoranze parlamentari corsare che abbattono i Governi. Accanto all’art. 67 esistono anche gli articoli 1 e 49 e c’è una legittima domanda di far pesare il ruolo degli elettori. Se non usciamo da un paradigma assemblearistico, che consente che qualsiasi spostamento di singoli e di gruppi (spesso mai votati da come tali dagli elettori) determini conseguenze in termini di Governo, senza deterrenti istituzionali forti, a cominciare dal potere di indire elezioni anticipate da parte del vertice dell’esecutivo, restiamo dentro una paralisi inconcludente. Ha pertanto ragione Lanchester quando spiega che nel contesto dato, purtroppo, il divieto di mandato imperativo non funziona normalmente come una mera valvola di sicurezza per il singolo dentro un sistema che non funziona, ma mi sembra poi troppo marcata la distinzione che fa tra soluzione francese (razionalizzazione accettabile) e modello neoparlamentare (non accettabile perché troppo rigido). Per inciso mi chiedo: quest’ultimo giudizio vale anche per la variante di modello di “forma di governo parlamentare del Primo Ministro della relazione della Commissione governativa” che prevede legittimazione diretta e non elezione diretta e che non prevede l’automatismo del simul stabunt simul cadent ma norme comunque flessibili che oscillano tra Spagna e Germania? Ovviamente si può preferire l’una soluzione o l’altra, ma esse hanno in comune, specie dopo i cambiamenti francesi del 2000-2001 (quinquennato e inversione dell’ordine delle elezioni) molto più di quanto non le distingua, ovvero la fuoriuscita dal paradigma assembleare con una scelta di Governo affidata agli elettori.

4. E sui partiti

Qui ha ragione Enrico Morando: al di là delle singole modalità pratiche, non c’è niente di strano che le possibilità offerte dalla rete, come ha fatto il Pd italiano, possano essere utilizzate per espandere il rapporto oltre gli iscritti tradizionali anche a elettori più sciolti da legami di appartenenza, utilizzando regole larghe per il cosiddetto selettorato, ovvero per selezionare i candidati alle cariche pubbliche, specie (io direi anzi esclusivamente) ove esse siano monocratiche e soprattutto dove l’iscrizione tradizionale sia in maggior crisi, come ha fatto il Psf per il candidato Presidente e come sta per fare il Psoe per il candidato Presidente del Governo. Proprio i partiti a sinistra del centro, che ereditano appartenenze passate forti, hanno bisogno di aprirsi, per non restare ostaggi più di altri delle logiche identitarie declinandole in modo introverso.

 

 

Condividi Post

Commenti (0)

Lascia un commento