Il disastro lo si vede dietro le quinte, di Luciano Iannaccone

Sul palcoscenico la commedia scorre abbastanza piacevolmente. I protagonisti, i comprimari e le comparse, tutti azzimati tranne uno in felpa, sembrano cavarsela con brio e molta parte del pubblico, sollecitata dalla robusta claque gestita sia dai telegiornali RAI che da tante mani che battono ad ogni “pier sospinto” (come diceva una ministra della prima repubblica), sembra soddisfatta. La narrazione che capi e truppa di governo e dei movimenti che lo sostengono vanno svolgendo sul palcoscenico è nutrita da un meraviglioso futuro prossimo che sta venendo ad incontrarci.

Non è che la povertà sia proprio abolita, come diceva qualche mese fa un poveretto dal balcone, ma ci si sta lavorando e le attesa sono grandi. La signora Fornero è dovuta andare dall’otorino per il fischio alle orecchie provocato dalla sua abolizione, incessantemente ribadita dal noto giovanotto. E il popolo sembra molto, ma molto soddisfatto. Anche perché finalmente sia l’avvinazzato (Jean Claude) che l’insopportabile snob (Emmanuel) sono stati conciati per le feste, o lo saranno presto con il voto europeo del 26 maggio. E con loro “le democrazie plutocratiche e reazionarie .. che hanno .. spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano”, come si diceva da altro balcone il 10 giugno di una ottantina d’anni fa.

Ma dietro le quinte la situazione appare ben diversa, soprattutto perché da lì si vede il perimetro del teatro, che tutto insieme (ingresso, platea, palcoscenico, quinte e camerini) non è che una chiatta trascinata da incontrastabili correnti in un oceano in tempesta. E di nocchieri neanche l’ombra. Il 2018 si è chiuso al ribasso, ma si è giovato dell’andamento positivo dei primi mesi dell’anno sia per il prodotto interno che per l’occupazione, scesa però nella seconda metà dell’anno, chissà perché. Ma il 2019 non sarà né quello delle prime irresponsabili previsioni governative (Pil + 1,5%) né quello previsto nella legge di bilancio (+1%): andrebbe molto bene se il Pil restasse statisticamente quasi immutato, e ciò sempre per effetto della crescita nella prima metà 2018.

Non c’entra tanto la congiuntura internazionale, che non è comunque complessivamente recessiva, anche se non brillante. Infatti la Commissione europea, che aveva a novembre concordato su obiettivi formali di bilancio dell’Italia (deficit strutturale) si appresta ad appalesare che per le scelte di merito propugnate dal governo italiano (dal reddito di cittadinanza a quota 100 all’assenza di spesa per investimenti e della loro promozione) questi obiettivi non saranno raggiunti. Commissione europea e ministro dell’economia francese vedono anzi nell’Italia l’anello fragile che può indebolire l’Europa. Il che causerà nuovamente il progressivo allarme dei mercati, a cui viene chiesto di finanziare il nostro debito pubblico, con aumento dello spread (stabilmente secondo solo alla Grecia) e quindi del costo del debito con le conseguenti difficoltà del sistema bancario.

Quanto sopra significa che nel 2019 né l’incremento del Pil né il deficit del bilancio pubblico rispetteranno i numeri della legge di bilancio, provocando dopo quattro anni di stabilità il dramma (è purtroppo la parola giusta) di un rilevante ed inarrestabile aumento del debito. Anche per i 18 miliardi previsti in bilancio per cessioni patrimoniali assolutamente irreali. Il tutto cagionerà, probabilmente entro l’anno, il riemergere a livello europeo ed internazionale del “caso Italia”, in modo tematicamente più grave rispetto al 2008, quando la crisi era mondiale, ed anche rispetto al 2011, quando le turbolenze e la speculazione internazionale aggredirono il soggetto più debole per l’alto debito. Questa volta stiamo facendo tutto da soli, anzi lo farà la maggioranza governativa con l’irresponsabile tocco finale, convertendo il decreto legge che stanzia 44 miliardi per reddito di cittadinanza e quota 100 per il triennio 2019/2021. Mentre all’orizzonte 2020/2021 ci sono clausole di salvaguardia per 50 miliardi, che non si capisce come possano essere disinnescate. E, a fare da indigesto e inaccettabile contorno, la Tav che sembra venire di fatto bloccata e il nefasto statalismo assistenziale che ricompare con Alitalia ed altri sinistri propositi.

Come è possibile che tutto ciò stia diventando realtà tra applausi e grida giulive ? Va bene, la lobby degli asini colpisce ancora, ma non ci sono solo loro, compreso l’avvocato d’ufficio che aveva pronosticato “un 2019 bellissimo”. C’è un ministro dell’economia e finanze che ne capisce, ma che colpevolmente tace. C’è la componente leghista, in cui troppi si limitano a borbottare, ma il cinismo (e/o l’ignoranza) di Salvini pare al di la di ogni limite. E possibile che non capisca che sta portando l’Italia a sbattere ? Giorgetti, Zaia e Tria non gliel’hanno detto? E’ scellerato vincere sopra un cumulo di rovine.

E’ il momento in cui ognuno deve prendersi le proprie responsabilità. Il centro-destra all’opposizione, da Berlusconi a Tajani alla Meloni e Crosetto, non ha ammissioni di colpa da rendere per il programma elettorale di un anno fa che avrebbe portato ad un disavanzo pubblico superiore, di poco, a quello a 5 Stelle ? Il Cavaliere ha promesso ”panem et circenses”, pensioni e dentiere comprese: le gare di demagogia non portano lontano, ma a sbattere. E Martina e Zingaretti, oltre a cercare voti per le primarie, dovrebbero innanzitutto chiarire se la loro proposta economica e sociale è vicina a quella (finora) di Landini o a quella di Bentivogli.

E infine ogni cittadino, comunque abbia votato il 4 marzo, non sente la responsabilità di far qualcosa per il presente ed il futuro comune ? Altri possono forse scegliere fra più alternative, noi italiani fra due soltanto: o la nuova Europa che sta provando a stringere, nell’area euro, un patto fra chi ci sta per affrontare uniti le sfide sociali, economiche, infrastrutturali, politiche e finanziarie oppure la parabola del Venezuela di Chavez e Maduro. Con un biglietto di sola andata.

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