Il coraggio è di Renzi. Votiamolo

. GIORGIO TONINI da "Il Trentino" Più di tre milioni di elettori di centrosinistra, domenica scorsa, si sono messi in fila per rispondere, con un segno su una scheda, ad una precisa domanda: chi pensate sia il candidato migliore, per la guida del governo? Nessuno dei cinque nomi scritti sulla scheda ha avuto la maggioranza assoluta: la domanda dovrà quindi essere riproposta domenica prossima. Stavolta in termini più secchi: pensate sia meglio, come candidato alla presidenza del Consiglio, Pierluigi Bersani o Matteo Renzi? Molti pensano che, posta in questi termini la domanda, la risposta sia obbligata: Renzi potrebbe andare bene come leader di partito, perché ha dato prova di grande coraggio; ma è senza dubbio Bersani il più adatto al governo del paese, perché ha molta più esperienza. Ma siamo sicuri che all'Italia serva, in questo preciso momento storico, una leadership fondata sull'esperienza, piuttosto che una capace di coraggio? A me parrebbe vero esattamente il contrario. Perché per uscire dalla crisi e riprendere a crescere, per tornare a creare lavoro e restituire speranza alle famiglie e alle imprese, all'Italia oggi serve una svolta, serve un cambiamento profondo, servono riforme incisive, del tipo di quelle avviate dal governo Monti e che ora attendono una maggioranza politica in grado di rilanciarle e di dar loro una prospettiva non solo tecnica, un'anima democratica. Solo un governo guidato da un leader giovane e determinato come Matteo Renzi può riuscire in un'impresa di questa portata: non a caso, in tutti i paesi del mondo, di solito si scelgono leader giovani quando si deve cambiare davvero. E i più anziani sono felici di mettere la loro esperienza al servizio del coraggio del leader più giovane: come hanno fatto (con le dovute proporzioni) Joe Biden e Hillary Clinton con Barack Obama. Del resto, è possibile sopperire alla mancanza di esperienza con dei buoni collaboratori. Il coraggio invece, come insegna il Manzoni, se uno non ce l'ha, nessuno glielo può dare. Con questo non voglio dire che Pierluigi Bersani sia un leader tutto esperienza e niente coraggio: la decisione, assunta contro tutti i suoi sostenitori, di raccogliere la sfida di Renzi e di Vendola nelle primarie, dimostra che è anche lui capace di scelte coraggiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che se scegliessero lui, gli elettori delle primarie prima e quelli delle elezioni politiche poi, lo farebbero in nome della sua esperienza e non del suo coraggio. Il patto tra leader ed elettori sarebbe così fondato non sulla comune consapevolezza della necessità di un cambiamento radicale, ma piuttosto sull'accettazione del minimo cambiamento indispensabile, annacquato dentro il massimo di rassicurazione e di continuità. Ma all'Italia, per come è messa oggi, non basta, non può bastare una buona manutenzione dell'esistente: come quella che, con una discreta dose di fortuna, potrebbe offrire al paese un governo guidato da Bersani, con dentro da Vendola a Casini, col beneplacito di Camusso. Un governo che potrebbe al massimo rallentare, addolcire un declino al quale non resterebbe che rassegnarsi. All'Italia serve ben altro: un patto tra elettori e leadership politica nel segno della discontinuità. Non sono certo che Renzi ci riuscirà. Ma mi sono convinto che ci proverà seriamente. Dalla sua ha una dote importante: è l'unico leader di centrosinistra in grado di parlare ad una parte ampia, potenzialmente maggioritaria, del paese. Con Bersani il Pd non è riuscito, nonostante la paurosa crisi della destra, ad andare oltre i confini della sinistra. è quindi costretto a immaginare coalizioni larghe e disomogenee, appunto da Casini a Vendola, che finirebbero paralizzate dalle proprie contraddizioni. Un Renzi che esca vincitore dalle primarie può invece riuscire a mobilitare l'elettorato di centrosinistra, ma anche a parlare ai tanti delusi dal centro e dal centrodestra. A unire tutti i cittadini che vogliono cambiare l'Italia, per dare al paese quel ciclo riformista che non ha mai conosciuto.

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