Il centro va in battaglia? di Luciano Iannaccone


Lo stimolante intervento di Giorgio Armillei su questo blog, “Un test per Macron”, non è importante soltanto perché conferma con un’analisi articolata che il presidente francese può essere considerato come il leader riformista liberale europeo e che la possibilità di una nuova Europa, opposta agli incubi populisti, è in campo. Il test di Armillei, infatti, può essere utilizzato anche in Italia per capire dove stiamo andando: con esiti del tutto sconfortanti.

Cominciamo dai due partiti al governo con i rispettivi leader: Di Maio risulta formalmente non testabile per posizioni apparentemente contraddittorie e quindi prive di senso quasi su ogni  punto del test. Ma la rozza sostanza, al la delle chiacchiere sulla democrazia diretta, è quella di una improvvisata oligarchia protettrice del  “popolo sovrano”, dello statalismo padrone senza contrappesi e freni, del braccio inquisitorio che punisce prima di giudicare. La scelta è tra “zero” e “non classificabile”.

Con Salvini, la situazione migliora un po’, anche se rimane difficile individuare i contenuti sotto il mantello cinicamente cangiante degli slogan e della propaganda. Egli non supera soprattutto i test di Luhmann e di Monnet-De Gasperi, ma è penalizzato anche da quello di Einaudi, visto che, per non dire di altri obbrobri, la vergognosa “operazione Alitalia” e la pericolosissima commissione d’inchiesta parlamentare tendenzialmente senza limiti  sul sistema bancario sono state promosse dall’intera maggioranza, nelle vesti di stato sovrano “nemico numero uno della società umana”.

Diverso è il discorso per “Forza Italia”, nel cui presente e nel cui passato l’articolazione liberale della società è ben presente. Ma oggi sembra immota come i cimeli della sala nella villa sul lago di nonna Speranza di gozzaniana memoria: “Loreto impagliato ed il busto di Alfieri, di Napoleone // i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto)”, un mondo che sembra svaporare davanti alle difficoltà del presente.

Per il Pd di Zingaretti poche luci e molte ombre: la pluralità delle forme politiche e la scelta di una nuova decisiva fase di integrazione europea sono affermate, ma rimangono irrisolti decisivi dilemmi. La politica regola l’economia o la governa ? Tutela il lavoro o lo garantisce ? Un certo dirigismo tra l’ideologico e il demagogico non sta forse conoscendo al Nazareno nuova immeritata fortuna ? Per non parlare del dialogo etico, che nei due contrapposti raduni di Verona è stato rifiutato lasciando il posto a vuoti fondamentalismi antagonistici a cui il Pd, soprattutto con proprie loquaci esponenti, non ha mancato di dare  il proprio apporto.

Insomma, viste da Roma Parigi e l’Europa appaiono assai lontane, e non solo per i travagli della o del Tav. Manca soprattutto in Italia, davanti ad una domanda sempre più acuta di serietà, di concretezza e di futuro, una proposta politica liberale  riconoscibile e responsabile.

Che esista una domanda estesa che viene “dal centro” l’ha detto fra gli altri Matteo Renzi, intervistato a Castenedolo da Paolo Mieli. Ma la risposta politica che riesca a mobilitarla non si vede. Anche perché, al punto in cui siamo, non bastano i coinvolgimenti, come quello proposto nel “campo largo” di Zingaretti dal centro alla sinistra quale alternativa alle forze sfasciste di governo. La disponibilità di Calenda ed il manifesto di “Siamo Europei” sono cose assolutamente positive, ma se il risultato è quello di uno schieramento da Calenda a Speranza il suo significato è strettamente orientato al voto europeo, con qualche non piccolo distinguo sui contenuti, e nulla di più.

In realtà non si tratta di relazionarsi in qualche modo purchessia all’elettorato al centro, ma di rendere presente, prima e soprattutto dopo le elezioni europee del 26 maggio, una proposta politica  liberale. Di centro perché rivendica a sé una funzione nazionale e respinge vecchi e nuovi estremismi. Così come è già avvenuto in momenti decisivi della nostra storia nazionale.

L’unità e l’indipendenza italiana sono infatti l’esito di un processo politico che trovò nel “connubio” al parlamento subalpino tra il centro-destro di Cavour ed il centro-sinistro di Rattazzi lo  snodo della grande politica cavourriana. L’alleanza fra l’aristocrazia terriera moderata e liberale e la borghesia cittadina democratica degli “avvocati” per rendere irrevocabile il distacco dall’ “ancien règime”, rifiutando al contempo l’estremismo rivoluzionario. Per qualificare il giovane parlamento con necessarie riforme civili ed economiche già iniziate nei ministeri D’Azeglio, per continuare a battere con forza la via della modernità e dell’interconnessione strutturale (ferrovie, porti, strade, canali) che avvicinasse i territori italiani fra loro e con l’Europa. Fu la strada lungo cui avanzarono la libertà e l’indipendenza nazionale, obiettivi a cui Cavour dedicò la sua breve vita.   

Circa cinquant’anni dopo Giovanni Giolitti  dava un decisivo contributo al radicamento popolare di uno Stato unitario, che fino al 1913 non avrebbe conosciuto il suffragio universale (maschile) e nel quale i conflitti di lavoro e di salario vedevano fino ai primi del ‘900 lo Stato schierato a tutela della proprietà agraria e del capitale industriale. La innovativa neutralità giolittiana nei conflitti sociali e il suo sforzo, anche se in buona parte fallito, di coinvolgere le forze parlamentari socialiste nella gestione della cosa pubblica allargò ben oltre il notabilato borghese il senso dell’appartenenza nazionale, espressa anche dal voto del 1913.

Poco più di trent’anni e Alcide De Gasperi assume la guida di un’Italia sconvolta dalla sconfitta e dalla guerra. Ne favorisce la ricostruzione e la rinascita civile ed economica costruendo, con la Democrazia Cristiana e le forza laiche alleate, un centro politico che si relaziona con la maggioranza degli italiani, moderata e popolare. E compie scelte decisive di politica nazionale e di chiara collocazione internazionale: settant’anni fa nasceva il Patto Atlantico, avversato dalle sinistre e dai pacifisti. Nel superare nella sua azione di governo sia il laburismo dossettiano che ipoteche conservatrici apriva la strada ad un nuova Italia.

A circa settant’anni da quegli avvenimenti l’Italia è nuovamente in pericolo. La spinta propulsiva, etica, civile ed economica della democrazia repubblicana si è da tempo fermata. Decenni  di lotte politiche, in cui si è comprato il consenso elettorale con il debito pubblico, la crescente inadeguatezza della direzione pubblica e la montante patologia burocratica e giudiziaria hanno scoraggiato il lavoro, penalizzato la produttività, ferita la speranza.

Ora volge al peggio: i recentissimi vincitori elettorali hanno proclamato una rivoluzione pacifica, ma violenta nell’uso delle parole,  nel livore verso gli altri, nel disprezzo della verità. Abbiamo visto che consiste alla fin fine nell’ingigantire le clientele e le erogazioni di denaro pubblico (che non c’è). Si sono contrapposti sprezzantemente agli altri, ma per fare di più, peggio e senza vergogna le cose che il “governo del popolo” avrebbe dovuto abolire. Le poche scelte positive si perdono in un mare di inerzie o disastri, di cui anche la Lega è almeno complice.

Al rallentamento di alcune (non tutte) economie fa riscontro la nostra recessione, dopo i proclami di “un 2019 bellissimo” e di “un nuovo boom economico”. Gli italiani non possono sopportare un altro calvario solo perché troppi incapaci al potere, con le loro asinerie in Italia ed in Europa, hanno tra l’altro più che raddoppiato da quasi un anno lo spread sui bond decennali con un onere aggiuntivo di molti miliardi e le difficoltà per banche e sistema creditizio. Soltanto la Grecia nell’area euro ci supera, di soli cento punti base. E temo che il peggio debba ancora venire.

Gli italiani, se non possono sopportare, dovrebbero appena possibile votare meglio. Occorre però che si incontrino con una proposta politica e civile affidabile che, come in altri decisivi momenti della nostra storia, offra futuro all’Italia. Per ora non la si vede. Ci vorrebbe un Churchill che, anziché la lingua inglese, mobilitasse un centro liberale “e lo spedisse in battaglia”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Condividi Post

Commenti (0)

Lascia un commento