Funiciello condivide Armillei e ci spiega il tutto da sinistra

Stavolta una scheda di lettura: A. Funiciello "A vita. Come e perché nel partito democratico i figli non riescono a uccidere i padri", Donzelli editore, già recensito da Fabio Martini su La Stampa http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search¤tArticle=1LUNPF e da Claudio Cerasa sul Foglio http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search¤tArticle=1LYQZY Il giovane autore (nascita 1976) viene dai Ds e dirige Libertà eguale e Qdr. Oltre alla conoscenza diretta della sinistra di matrice post-comunista e alla letteratura politologica sui partiti, il libro si è alimentato anche di alcuni confronti che hanno completato il quadro, come quelli con Giuliano Amato, Luciano Cafagna e Marco Follini. L'Introduzione si chiama "Padri e Figli" e segnala l'estrema variabilità dei nomi dei partiti della sinistra italiana e invece la chiara continuità delle personalità di vertice, che non ha paragoni nelle altre democrazie, tranne forse nel New Labour dove però essa si è basata su tre vittorie elettorali consecutive. La continuità delle persone e del loro imprinting culturale iniziale si basa anche, tranne qualche fase limitata (tra cui in particolare quella della nascita del Pd), su una continuità ribadita, quella dello schema del compromesso storico. Di conseguenza entrambi gli spezzoni dei gruppi dirigenti, sia quello derivato dalla tradizione comunista sia quello derivato dalla sinistra dc, sembrano essere arrivati spossati all'appuntamento col Pd. Pur in questo quadro di critica complessiva, il giudizio è differenziato: più benevolo sui primi, in particolare sullo spessore delle leadership di D'Alema e Veltroni, che hanno obiettivamente guidato il percorso, mentre è decisamente più critico quello sui secondi, dato che in passato De Gasperi e Moro avevano guidato loro l'allargamento a sinistra, mentre qui i loro eredi si sono rifugiati nella "sindrome del vicesindaco" e"nella subalternità dossettiana". Una lettura pienamente convergente rispetto a quella proposta sul versante cattolico da Giorgio Armillei: http://www.landino.it/2012/10/come-diventare-marginali/ Visto questo bilancio i figli dovrebbero emanciparsi dai padri e, almeno chi crede che il Pd debba essere qualcosa di diverso, dovrebbe rilanciare l'ispirazione originaria. Si passa quindi alla Prima parte, intitolata "I padri". Il primo capitolo si intitola "Quando i padri erano i figli". Spiega la strategia berlingueriana del compromesso storico che era ancora legata alla logica dell'alternativa di sistema, ma che stava comunque dentro un percorso di presa di distanza dall'esperienza sovietica. Nella successione alla Fgci il gruppo dirigente del Pci seleziona tra i baby-boomers i quadri favorevoli al compromesso storico ed esclude quelli più movimentisti. Una cooptazione "meritocratica gramsciana", del tutto diversa da quelle fidelizzanti di basso profilo, rivelatasi obiettivamente di spessore visto che è giunta sino a noi. Il secondo capitolo, "L'apprendistato dei giovani del compromesso", descrive i passaggi in cui si concretizza quella cooptazione: D'Alema alla guida della Fgci in alternativa al movimentista Cecchi, il tentativo (allora non riuscito) di gioco di sponda coi giovani dc guidati da Follini e Casini, il periodico "La Città futura" con un elenco alquanto interessante di collaboratori. Per inciso nel capitolo si citano anche tra i pochi delle generazioni successive fattisi largo nel Pd il tandem composto da Gianni Cuperlo (1961) e Giorgio Tonini (1959). Alcuni nomi e alcuni passaggi sono delle autentiche chicche, vanno letti e meditati.. Il terzo capitolo, "Come i figli di ieri diventano i padri di oggi", ci mostra però i problemi che emersero ben presto, quando si ruppe la solidarietà nazionale e il Pci si spostò su una debole linea di "diversità morale" ancora segnata dall'antiamericanismo e dalla diffidenza verso le socialdemocrazie fino al rigetto totale della sfida del nuovo Psi (che aveva ragione sul dissenso all'Est, sugli euromissili, sul referendum del 1985, anche se poi si è suicidato per le sue numerose contraddizioni), nonostante le riserve minoritarie di Napolitano. Qui si spiega anche perché Massimo d'Alema sia vissuto sin d'allora come "il papa della sua generazione", Walter Veltroni "l'antipapa" e come in modi diversi sia Fassino (nonostante la rimessa in discussione dell'antisocialismo) e ancor più Pierluigi Bersani si iscrivano nelle coordinate del dalemismo, ma se volete capirlo bene queste pagine vanno lette direttamente. Il dato più rilevante dell'analisi, a partire dalla segnalazione di un'intervista di D'Alema del 12 ottobre 1989 (un mese prima del crollo del Muro e della Bolognina) che escludeva categoricamente che il Pci potesse cambiare nome, è che i passaggi storici successivi sono stati fatti dai più non per scelta "libera e consapevole", ma in nome "di una ineludibile necessità storica". Ciò ha comportato in particolare un forte elemento di continuità, il tentativo di non avere mai "nessun nemico a sinistra", l'ossessione tipica della tradizione leninista che invece i partiti socialdemocratici non hanno mai avuto e che persiste anche in questi giorni quanto alla scelta delle alleanze. La parte seconda è intitolata "I Figli" e inizia con un primo capitolo "Quei figli di oggi che non diventano padri", ricco di dati italiani ed europei. Vi si dimostra che il problema non è l'età media degli organismi dirigenti né dei gruppi parlamentari, su cui il Pd ha un ottima performance, ma la mancata conquista dei vertici. Per certi versi il tentativo più forte in questa chiave, per quanto fortemente continuista in termini ideologici e con alcune contraddizioni interne, resta quello dei "giovani turchi". Il "patto di sindacato dei padri" sembra però sin qui aver funzionato. Il secondo capitolo, "Come ringiovanire il vertice del Pd e vivere felici", spiega come il Labour, dentro un sistema più ordinato e competitivo, possa essere un modello e come le primarie abbiano aperto anche da noi una breccia importante, che andrebbe adeguatamente supportata con "un'evoluzione liberale" delle vecchie tradizioni spossate confluite nel Pd, bilanciando sul lato "liberal" la sfida legittima ma tradizionalista dei giovani turchi. La sfida presente per le nuove generazioni.

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