Errori e misfatti, di Luciano Iannaccone

E’ utile uno sguardo retrospettivo a questo ultimo decennio della nostra vicenda nazionale, di cui tutti, con ruoli diversi, siamo stati attori. Esso appare scandito da due crisi: quella globale, prima finanziaria e poi economica, del 2008 e quella italiana attuale, finanziaria, economica e politica, che va montando da dieci mesi e rivelerà probabilmente le sue dimensioni nella parte finale di quest’anno. Una precisazione  decisiva: mentre la crisi finanziaria del 2008 è arrivata da fuori, evidenziando le nostre debolezze, la nostra congiuntura attuale è molto marginalmente riconducibile al parziale rallentamento della crescita dell’economia mondiale: nasce da motivazioni interne in modo assolutamente prevalente. Essa ha le sue cause fondamentali in errori e misfatti compiuti da noi tutti con varie parti in commedia: politica, governi, partiti, opinione pubblica, elettori.

 

La crisi del 2008, partita da quella dei “subprime”, ha aggredito con violenza fragilità presenti nella crescente finanziarizzazione dell’economia mondiale. La Federal Reserve ha reagito con il necessario pragmatismo, finendo con l’avviare un lungo periodo di crescita dell’economia statunitense, mentre in Europa Germania e Francia sono state costrette ad incrementare significativamente il debito pubblico, per ripianare le perdite delle grandi banche d’affari e difendere l’economia nazionale. L’Italia, a causa della minore internazionalizzazione del proprio sistema bancario, non aveva tali problemi, ma altri che la indebolivano: la crescente inefficienza e vischiosità di funzioni pubbliche essenziali, come la patologia burocratica, la spesa pubblica improduttiva, i tempi della giustizia civile, la conseguente stagnazione della produttività.

 

All’inizio del nuovo millennio i governi Berlusconi e Prodi avevano ridotto e mantenuto il debito pubblico intorno al 100% del Pil, ma la spese pubblica corrente, soprattutto regionale, montava irresistibilmente, con il deficit stabilmente sopra il 3% fino al 2006. Il provvisorio contenimento di quest’ultimo nel 2007 e 2008 si incrociò con la caduta del Pil, conseguenza economica della crisi finanziaria globale, con la perdita di più di 6 punti tra il 2008 ed il 2009.  Inesorabili le conseguenze sul debito, che saliva ad oltre il 112% del Pil nel 2009 ed oltre il 116% nel 2011, per effetto congiunto della caduta del Pil e del conseguente maggior deficit pubblico.

 

Le turbolenze finanziarie internazionali dell’estate 2011 (Grecia, blocco del bilancio federale USA) cominciarono a colpire l’Italia, in cui il tentativo di governo finanziario di Tremonti si scontrò sia con le divisioni della maggioranza di centro-destra che con il rifiuto leghista delle riforma pensionistica proposta dalla Banca Centrale Europea, in cui Draghi andava a sostituire l’ondivago Trichet. Il resto è ben noto:  dall’esplodere dello spread al protagonismo di Napolitano al governo Monti, con cose buone e meno buone, con il Pil in calo del 4,5% nel biennio 2012-2013, mentre il debito saliva fino al 129% del pil  nel 2013 in presenza di deficit comunque consistenti.

 

Il fatto che l’Italia abbia subito dal 2008 gli effetti di una crisi globale “esterna”, che si è  prolungata all’interno fino al 2013 con la “seconda fase” durante il governo Monti (e poi Letta), con  perdita complessiva di quasi 10 punti di Pil ed aumento di quasi 30 punti del debito percentualmente sul Pil, fino al 129%, non significa naturalmente che siano mancati colpe ed errori italiani. Dalle debolezze preesistenti alla cecità della Lega sulla riforma pensionistica, di cui si è detto, ad azioni e lacune del governo Monti: dal colpo mortale dato al mercato immobiliare con l’Imu “potenziata” all’omissione più colpevole. Quella di non avere usato del grande potere conferitogli dalla drammatica emergenza in atto per intervenire non solo sui costi del Parlamento, ma anche su inaccettabili privilegi e prebende relative a funzioni costituzionali ed a ruoli apicali o generosamente  assimilati, in stridente  contrasto sia con Paesi ben più vasti ed importanti del nostro sia con un costume di sobrietà che si era mantenuto da Quintino Sella fino ai primi decenni dell’Italia repubblicana.

 

Così come, al contrario, sia la coraggiosa politica monetaria promossa da Draghi in BCE sia l’iniziativa dei governi Renzi e Gentiloni dal 2014 per riforme strutturali e una politica economica espansiva nei limiti dei vincoli di bilancio e di debito hanno reso possibile la ripresa economica (aumento del 4,5% del Pil dal 2014 al 30 giugno 2018) e dell’occupazione (più di un milione di posti di lavoro in più, recuperando quelli persi dal 2008 al 2014), con la riduzione del deficit e la stabilizzazione percentuale del debito, in lievissima discesa dal 132% del 2014.

 

Dovremmo ora occuparci della crisi attuale:  degli  antecedenti, delle cause, dei protagonisti, delle dimensioni e dei pericoli. Ma il discorso non è brevissimo ed è quindi meglio che lo rimandi al prossimo intervento, che prometto sollecito.

 

 

 

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