Enrico Morando sul libro di Galeazzi e Tornielli

Presentazione del libro “Papa Francesco. Questa economia uccide.” Parrocchia San Pio V – Roma – 14 maggio 2015 1- La crescita e la disuguaglianza. “La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga; esige decisioni programmi, meccanismi e processi specificatamente orientati ad una migliore distribuzione delle entrate, alla creazione di opportunità di lavoro, ad una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo”. Evangelii Gaudium. Questa è la frase chiave… Merita un esame più approfondito. L’obiettivo è la crescita in equità: a- la crescita è un presupposto della crescita in equità. Non si sposano le teorie della decrescita felice. In questo modo, il Papa sembra collocarsi in modo netto nel dibattito sul rapporto tra crescita e disuguaglianza. Secondo le posizioni della destra democratica, gli incentivi sono essenziali per la crescita economica. E un forte livello di disuguaglianza è la conseguenza inevitabile di qualunque sistema di incentivi. Ma questa posizione presuppone una economia perfettamente competitiva, nella quale i compensi privati sono esattamente pari ai ritorni sociali. In realtà, l’economia è caratterizzata dalla ricerca della rendita. Quindi: ci vuole una correzione, un intervento pubblico per correggere i diffusi fallimenti del mercato. b- Secondo la visione liberal – o liberalsocialista – la crescita economica dipende dall’aumento della produttività. E quest’ultima cresce di più se l’equità è maggiore (e soprattutto se maggiore è la percezione che vi sia equità). Di qui l’idea di un significativo intervento pubblico, non solo in chiave redistributiva, ma di promozione della crescita via innalzamento del capitale umano, investimenti a più elevato rischio. Un insieme di interventi che, ovviamente, sono a loro volta esposti al rischio di fallimenti. c- Conclusioni: da osservazione di fallimenti dei mercati e fallimenti dei governi nasce – naturalmente – l’idea della ricerca di un equilibrio tra ruolo dello Stato, ruolo dei mercati e ruolo della società civile (Stiglitz). Con la frase da cui sono partito Papa Francesco sembra collocare la sua visione dell’economia lungo questa linea interpretativa. Naturalmente, assumendo un punto di vista volutamente unilaterale: “il corpo di Cristo è il corpo del povero”. è per questo che il Papa prende così nettamente posizione contro la teoria della “ricaduta favorevole”: la marea che cresce solleva tutte le barche. Perché, come dice Zamagni (pag. 145) “c’è un mercato che riduce le disuguaglianze e uno che le fa lievitare”. La crescita in equità è crescita di economia di mercato, ma…. “I mercati non possono godere di autonomie assoluta” (pag. 167); “non si può lasciare il mercato a governare se stesso” (pag. 55). Del resto, Einaudi ci ha insegnato che non esiste il “mercato”, se si pretende che “governi se stesso”. Le lezioni svizzere e il mercato di Saluzzo (o Savigliano? Ora non ricordo). In modo semplice e al tempo stesso profondo, Einaudi dimostra che, perché ci sia mercato ben funzionante e concorrenziale, ci vuole lo Stato che fissi le regole (il Comune che assegna gli spazi) e vigila sul loro rispetto (i Carabinieri che arrivano a buio). 2- L’economia e la finanza Nelle parole del Papa, ricorre lo “scandalo” e la condanna per un sistema che idolatra il denaro e considera gli uomini rifiuti, scarti. Sacrosanto. Ma nel libro non ho trovato una distinzione tra finanza predatoria e egemone e finanza pro crescita e benessere, che invece io considero essenziale. Un sistema finanziario ben regolato e ben funzionante aiuta la crescita, perché alloca risorse e rischi in modo efficiente. Ho trovato curioso che in un’intervista a Ettore Gotti Tedeschi (che ha presieduto per tre anni lo IOR, e trova persino il modo di preoccuparsi del fatto che “oggi non ci sono più politici realmente a sinistra”), il tema venga affrontato solo con l’ultima domanda, e risolto con “è tutta colpa del fatto che il mondo non ha fede”, che non trovo convincente. Lì si dice che “la finanza prende il sopravvento quando, negli anni ’80, si riduce il risparmio e cresce il debito”. Con il dovuto rispetto, non sono d’accordo. La mia opinione è che al fondo della crisi – la Grande Recessione – ci siano squilibri macroeconomici globali. Quelli che hanno a che fare con il tasso di occupazione, il livello della produttività del lavoro e dei fattori, la bilancia commerciale e dei pagamenti, l’inflazione o la deflazione, ecc. Quei fenomeni che abbiamo visto all’opera, col gigantesco disavanzo commerciale e dei pagamenti degli USA e il gigantesco avanzo della Cina. La finanza con i suoi eccessi, cavalca ed esaspera questi squilibri. Monta bolle, che poi scoppiano, con effetti devastanti, seminando povertà e disperazione. Ma la soluzione, è nel “governo globale” di quegli squilibri. Di questa azione di governo globale, fa parte la regolazione della finanza. Ma senza finanza buona, non c’è crescita. Da dove nasce la bolla del debito pubblico o privato? Dal solo venire meno del risparmio? No. Anche dalla difficoltà politica di mettere nuove tasse. Allora: credito facile. Lì per lì, ha funzionato, eccome. Questa politica ha conseguito risultati impressionanti durante l’Amministrazione Clinton: anche chi non poteva accendere un mutuo ha potuto farlo. Si è comprato casa. Ha consumato a debito. Ma non poteva durare. Come ci ha insegnato R. Rajan, c’è una alternativa tra finanza buona e finanza cattiva. L’”economia di carta” non serve sempre e solo per “mangiarsi” l’economia reale. C’è il debito come ipoteca su un futuro che non arriverà mai (il debito che penalizza i giovani e quelli che verranno) e il credito come chiave e strumento di accesso alle opportunità e a consumi meritati. Secondo me, il libro avrebbe potuto insistere un po’ di più su questa distinzione. Roma, 14 maggio 2015

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