Dopo le primarie- Antonio Preiti da www.qdrmagazine.it

La più grande minoranza Qual è la strada che si apre davanti al riformismo italiano? Alcune semplificazioni, molto influenzate da pessimismo, hanno una forza difficile da contrastare. Qualcuno dice che l'Italia è irriformabile, avvinghiata com'è al suo "sistema" di pesi e contrappesi, che sembrano tutti precari, ma poi trovano la forza di autosostenersi, in maniera quasi incredibile. Qualcun altro che il Pd sia irriformabile, anch'esso sub-sistema dentro un sistema più grande. Altri ancora sostengono che il riformismo, il liberalismo democratico (sia pure di sinistra) è sempre stato e sempre sarà un'idea senza popolo, cioè senza voti. Sono tutte suggestioni che trovano pezze d'appoggio in queste ore. Ma semplificano troppo. Proviamo allora a vedere la questione guardano per po' al passato e poi decisamente al futuro. Nella storia della sinistra europea, per alcuni decenni, si sono scontrate una visione socialdemocratica contro una visione massimalista. La prima ha vinto definitivamente in Germania nel '59, con un taglio netto e senza ritorno. In Italia il processo è stato molto tortuoso, all'insegna del "rinnovamento dentro la continuità" e la componente massimalista, che ha preso varie facce nel corso del tempo, resiste ancora, spesso come "minoranza morale", rispetto a quella socialdemocratica. La grande novità di questi ultimi anni, prima con Veltroni, e poi in maniera determinata, e soggettivamente antagonista con Renzi, è stato l'ingresso della via democratica al riformismo, che ha abbracciato una tradizione più anglo-sassone che tedesca o francese. Almeno come evocazione. La ragione per cui il testimone dell'innovazione sia passato dalla tradizione socialdemocratica a quella più democratica è troppo ampia per dirla in poche parole, ma certo attiene alla crisi fiscale dello stato, all'ipertrofia finanziaria del welfare e, non lo si dimentichi, alla grande istanza di libertà che attraversa tutte le società contemporanee, sempre più ispirate alla soggettività, alla primazia della persona, ai progetti di vita reversibili e alla fine delle appartenenze per sempre. Questa istanza, nata al Lingotto con Veltroni, è stata via via erosa, triturata, consumata da diversi fattori che l'hanno prima rimpicciolita e poi quasi espunta dal main stream del partito. è rinata poco tempo dopo, "senza chiedere permesso", dalle parti di Renzi. In questo caso la battaglia è stata portata all'insegna del cambiamento innanzitutto della classe dirigente del partito. Questo ha creato un dualismo formidabile (nel senso della forza con cui è avvenuto): da un lato ha messo in scena persone, idee, pezzi di società che hanno provato a irrompere dentro il Pd in maniera autonoma e "incontrollata", secondo la modalità della competizione e non della cooptazione; dall'altro ha compattato tutte le componenti prima presenti del Pd (con piccole e significative eccezioni) a difesa dello "status quo", una sorta di raccolta contro l' "invasore". Se volessimo usare delle categorie esclusivamente politiche (ben sapendo che queste non raccontano tutto della realtà), si potrebbe dire che ha vinto l'unione di due componenti molto rappresentate nello schieramento di centro-sinistra: quella socialdemocratica e quella massimalista. Ma, ecco la novità, una componente apertamente e nettamente democratica (o liberal democratica) per la prima volta, ha un popolo, cioè ha tanti voti, addirittura sino al 35-40%. è ancora minoranza, ma oggi, se confrontata alle altre due componenti maggioritarie del Pd, è la minoranza più forte. Non si tratta di un giochino lessicale per dire che ha vinto… chi non ha vinto: tutt'altro. è che finalmente le idee radicalmente democratiche escono dal confronto fra opinionisti, dove hanno sempre la maggioranza, per inverarsi come alternativa rispetto persino alla natura del partito. Non è roba da poco. Il fatto che Renzi non pensi a una corrente, che sarebbe riportata inesorabilmente a un copione rinsecchito, ma al mantenimento nel vivo del confronto politico dell'attualità e della necessità di idee diverse e innovative, sono una garanzia che il processo avviato non abbia un parabola di involuzione. Il contesto generale per altro spinge verso due direzioni contraddittorie. Da un lato la crisi che si appesantisce domanda rassicurazione (non è questo uno degli elementi di fondo che ha giocato a favore dell'esito delle primarie?) e perciò più welfare, in tutte le sue forme; dall'altro lato la crisi fiscale dello stato domanda rigore, contenimento della spesa e welfare minore (o più costoso). Il tutto in un'economia che non cresce. Potrà un governo, eventualmente all'insegna del massimalismo, uscire con successo da questo piano inclinato? Potranno esserci politiche che non contemplino alcune radicali revisioni dell'attuale stato delle cose? Difficile pensare che non sia così. Insomma, queste primarie non sono una parentesi, un'irruenza aliena, un punto random in una scala bell'ordinata: è la nascita dentro questo tempo, nel vivo della ruvidezza dello scontro, della possibilità di un Partito Democratico che decide non attraverso l'aggregazione senz'attrito di molecole al centro, ma coltivando la libertà di ciascuno di poter affermare le proprie idee. Alla fine riformare, ha la sua etimologia nel dare nuova forma alle cose. Se questa nuova forma sarà mantenuta, allora le molecole saranno libere di riaggregarsi, di volta in volta, intorno a un'idea e ogni volta sarà una nuova storia.

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