Di giudici, corti e sentenze

Metto insieme tre spunti. La sentenza della Corte costituzionale sull’Italicum, un libro recente che studia i comportamenti dei giudici della Corte Suprema USA e la nomina del nuovo giudice che Trump ha fatto qualche giorno fa. Tema unificante: con i giudici si fa politica e i giudici fanno politica. Non è una novità. Anzi detta come l’ho detta sembra l’ennesima tirata sulla politicizzazione della magistratura, in Italia e nel mondo. Provo a sviluppare il tema. Scegliere un giudice per un incarico significa ipotecare il futuro dei giudizi di quella corte o di quel tribunale, anche se qualche volta quel futuro riserva sorprese. E significa farlo sia se chi nomina è un organismo di autogoverno, come il nostro Consiglio superiore della magistratura, sia se è un organo politico come il Presidente del USA. Non è che il primo è neutrale e il secondo partigiano. Secondo tema: si può dire che nominando i giudici si ipoteca il futuro e si fa politica perché i giudici fanno politica. Non nel senso che cercano consenso per ottenere voti (qualcuno lo fa ma solo in prospettiva) ma nel senso che nel decidere le cause sono condizionati dalle loro ideologie, dalle loro aspettative di carriera, dalla loro ambizione, dal loro rapporto con gli altri giudici. Sono tutt'altro che “bocca della legge” per il semplice motivo che applicare il diritto è diverso dal far funzionare un algoritmo. Per questo nominare un giudice, decidere un caso o scrivere le motivazioni di una sentenza è (anche) una scelta discrezionale, una scelta di valore e non solo lo sviluppo di un sillogismo. Scegliere discrezionalmente significa esercitare un potere e in tutti i regimi liberali ad ogni potere corrisponde una responsabilità. Non ci possono essere poteri non responsabili cioè che non rendano conto delle decisioni adottate. Come rendere responsabile un potere che, nel caso dei giudici e per ragioni che hanno a che fare con l’imparzialità della giustizia, deve invece essere indipendente? Rendere un potere (giudiziario) responsabile può significare molte cose, l’inglese dispone di un termine (accountability) che forse è più efficace di altri. Può significare ad esempio rendere pubblicamente discutibili ed analizzabili i comportamenti di giudizio di chi lo detiene. O rendere pubbliche le sue esperienze professionali o i suoi orientamenti ideologici. O rendere pubbliche le aspettative di chi conferisce quel potere. Sappiamo ad esempio che i giudici nominati dai Presidenti repubblicani negli USA adottano comportamenti di voto che si allontanano dalle posizioni di chi li nomina molto più dei giudici nominati dai Presidenti democratici. Oppure sappiamo che i giudici della Corte Suprema sono spesso d’accordo quando si tratta di giudicare i rapporti tra gli stati dell’unione e, al contrario, lo sono raramente quando si tratta di giudicare in materia di diritti civili. Sappiamo che difendere lo spazio della Corte dalle decisioni delle altre corti minori è la motivazione principale della loro tendenza all’unanimità. E così via. Sappiamo poi che Trump ha proposto al Senato come nuovo giudice della Corte suprema, o meglio lo ha nominato ed è in attesa che il Senato confermi la sua decisione, un giudice quasi più conservatore di quello da sostituire che già non era mica male in quanto a conservatorismo. Nulla da obiettare ovviamente sulle sue qualità professionali, sul suo rigore, sulla sua carriera. Ma insomma alla faccia della ricerca di punti di equilibrio, quel giudice era tra i più conservatori tra quelli papabili: Trump non ha certo mancato di pagare il conto nei confronti dei suoi elettori più ideologizzati. E noi cosa sappiamo dei giudici della nostra Corte costituzionale che per ben due volte nel giro di tre anni hanno riscritto la legge elettorale? Dico riscritto perché, come si diceva sopra, le sentenze non sono sillogismi. Giudicare e scrivere motivazioni significa infatti prendere decisioni discrezionali nelle quali ciò che conta è anche chi è il giudice, quali sono le sue preferenze ideologiche, se è disposto o no a sopportare conflitti e tensioni con gli altri giudici, cosa vuole fare della sua carriera quando avrà terminato il suo mandato. Ebbene non sappiamo quasi nulla. L’opinione pubblica in un’era di personalizzazione del potere non sa chi sono, non sa da dove vengono, quali i loro orientamenti ideologici, quali le loro precedenti esperienze professionali, perché chi li ha nominati li ha scelti e così via. Il sistema italiano bada più al bilanciamento delle correnti e delle fazioni (politiche, accademiche, giudiziarie, persino alla frattura sbiadita tra laici e cattolici) che non alla storia personale e professionale. Anzi per bilanciare serve camuffare: d’altra parte il sistema giudiziario italiano è fatto di una magistratura burocratica che per definizione pretende di essere anonima e impersonale. Prevengo l’obiezione: non si possono comparare pere con mele. Sistemi diversi possono essere osservati ma non ha senso proporre confronti tra cose diverse se non per sottolineare le diversità. Eppure sono convinto che un po' di “realismo” farebbe bene alla cultura giuridica italiana e alla politica italiana. Qualche esempio. Se la Corte prende decisioni discrezionali è utile, per rendere quelle decisioni più responsabili, rendere noto chi tra i giudici ha sostenuto cosa e conoscerne le motivazioni. Le udienze pubbliche della Corte dovrebbero evitare di essere “pressoché inutili” - come dice Sabino Cassese - e trasformarsi nella palestra del confronto tra le domande incalzanti dei giudici e gli argomenti degli avvocati delle parti, consentendo all’opinione pubblica di conoscere e a sua volta giudicare. Ai giudici della Corte dovrebbe essere impedito di avviare carriere politiche o burocratiche successivamente al termine del loro mandato: scambi basati su un calcolo delle reazioni previste sono un sicuro condizionamento del loro lavoro di giudici. Non tutti questi esempi obbligano a riforme costituzionali: non è questo il momento. Per molti sarebbe sufficiente cambiare stile di comportamento, spinti da un’esigenza di riforma che in materia di giustizia si tende a negare, soprattutto a sinistra. La neutralità dei poteri è solo un’ideologia.

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