Bergoglio, le elezioni, la politica italiana

La prolusione di Papa Francesco all’assemblea generale della CEI segna un vero punto di svolta nella storia della Chiesa italiana? Qualcosa che possa essere accostato – anche se con un segno diverso se  non opposto - al discorso di Giovanni Paolo II al Convegno ecclesiale nazionale di Loreto nel 1985 che sanzionò la sconfitta dell’episcopato montiniano e del cattolicesimo conciliare dell’azione cattolica? Le differenze sono profonde. Lì c’era uno scontro di leadership. Da una parte la scelta religiosa dell’Azione cattolica, autentico frutto del concilio. Dall’altro il diverso rapporto tra modernità e cristianesimo rappresentato da Papa Woityla e il farsi largo di una linea centralista e mediatica che sfruttava le oggettive debolezze della leadership conciliare. Debolezze che erano già emerse nella scarsa capacità di rendere vitali le intuizioni del documento sulla Chiesa italiana e le prospettive del paese. Ora non abbiamo più nulla di tutto questo. Da una parte l’incolore normalizzazione post ruiniana – di cui è segno la stessa irrituale prolusione di Bergoglio - e dall’altra un pontificato non interessato in prima battuta a rottamare pezzi di leadership ecclesiale per altro largamente ridimensionati. Non solo. Nel 1985 a fronte del protagonismo laicale degli anni settanta, simbolizzato nel 1976 dal primo convegno ecclesiale nazionale, cominciava la stagione del monopolio episcopale della presenza pubblica della Chiesa, un monopolio episcopale che sarai poi teorizzato espressamente da Ruini nel 1991. Oggi a fronte di quel monopolio ormai completamente venuto meno, tace ancora del tutto anche ogni forma di protagonismo organizzato e socialmente rilevante del laicato, sfibrato da anni di ripiegamento intraecclesiale e di mobilitazione tutta mediatica sui principi non negoziabili. Eppure la tentazione di andare a scovare le somiglianze tra le situazioni  è forte. Nella prolusione di Bergoglio c’è per un verso molto e per l’altro troppo poco. C’è il rilancio del discernimento comunitario come modalità propria dell’essere Chiesa nel tempo e come forma aggiornata per rispondere ai problemi più urgenti del paese, sul piano concreto dei giudizi e non su quello astratto dei principi. E’ la dinamica della Gaudium et Spes, la costituzione conciliare che in questi ultimi anni ha subito le prese di distanza meno paludate. C’è la riproposizione del dialogo intraecclesiale non come modalità provvisoria del funzionamento del software ecclesiale ma come il modo dell’essere chiesa del popolo di Dio. E’ la dinamica della Ecclesiam Suam. C’è insomma Paolo VI non a caso puntalmente citato. Economia e lavoro soffrono invece una lettura guidata da schemi rigidi, qualche volta semplificatori. Tramite la globalizzazione, ad esempio, mercato e profitto sono stati anche la via di uscita dalla soglia della povertà per centinaia di milioni di persone. Tutt’altro dunque che mezzi di oppressione e di sopruso. La storia di Papa Francesco è ovviamente diversa e distante. Può però funzionare, in modi rovesciati ma simmetrici, come funzionò quella di Woytila, altrettanto diversa e distante anche se interna alla vicenda della democrazia europea. Può in altre parole destabilizzare la ruotine intimista, consumista e spiritualistica del cattolicesimo italiano.  Ormai stancamente e ideologicamente dogmatico solo in alcune sue enclave. Ma al contrario di Woytila, sostenitore di una destatalizzazione della società e dell’economia e al contrario di un irrigidimento dirigista sul fronte dei rapporti tra morale e diritto, Bergoglio appare decisamente più liberale sul fronte dei rapporti tra diritto e morale di quanto non lo sia su quello economico e sociale. Riprendendo una vecchia classificazione di Giddens è come se al conservatism di Woytila fosse succeduto lo schema old labour di Bergoglio. Questa simmetria rovesciata è piena di conseguenze sul versante dei rapporti tra cattolicesimo italiano e politica. Questo è un punto rilevante anche sul piano del governo e del passaggio elettorale. Nel medio periodo un punto di non ritorno che fa di Bergoglio un fattore oggettivo di innovazione. E quindi della prolusione alla CEI qualcosa di simile – nel segnare il cambiamento di fase - all’intervento a Loreto di Papa Woityla. La destra conservatrice del mondo cattolico italiano ne esce con le ossa rotte, isolata dall’impostazione di Papa Francesco. E se si affaccia in Europa trova solo pochi alleati improbabili e qualche volta imbarazzanti. La sinistra nostalgica corre dietro l’idea di un’impossibile intreccio con la componente comunitarista del pensiero di Bergoglio, a partire dalla sua idea di popolo fatta di identità, di appartenenza, di unità.  Come spiega bene Diego Fares in un recente numero di Civiltà Cattolica, per Papa Francesco non basta appartenere ad una società ma occorre appartenere a un popolo per essere pienamente cittadini. E’ probabile però che a contatto con la complessità della situazione globale e con le spinte delle democrazie nelle società aperte  il discernimento comunitario individui un nuovo equilibrio tra le virtù dell’economia di mercato e le esigenze dei diritti delle persone. Non c’è dunque spazio per un’uscita da posizioni di sinistra radicale. Allo stesso tempo la risistemazione dei rapporti tra diritto e morale si presenta coma un potente dissuasore: impossibile ritornare ai principi non negoziabili, più probabile riprendere la sintesi cattolico liberale del Ratzinger dei discorsi a Westminster e a Berlino. In altri termini con Papa Francesco nessuno potrà più giocare di sponda con la Chiesa. Se dall’altra parte dell’oceano è la linea rigida dei Vescovi americani a uscirne spiazzata, in Italia sono gli schemi della stagione ruiniana a saltare e ciascuno torna responsabile in proprio delle sintesi che è in grado di confezionare. Se questa è la cornice chi si metterà, nel panorama del cattolicesimo italiano, a dipingere la tela? E’ probabile che per un po’ di tempo le nomine episcopali non abbiano l’influenza mostrata nel passato più recente. Le tendenze di lunga durata ci dicono che la grande maggioranza dei vescovi si muove secondo una sorta di moderatismo istintivo. Non è da lì  insomma che potrà venire una nuova leadership. Il laicato associato appare ancora impegnato in un’operazione di resistenza e di mantenimento delle posizioni, non certo a caccia di una nuova egemonia. Possiede la ricetta giusta ma non ha ritrovato i ritmi e i tempi. I movimenti sostenuti e foraggiati nella lunga stagione del protagonismo mediatico appaiono anch’essi impegnati in un’azione introversa di coltivazione dei propri recinti. Il cattolicesimo del frequentante domenicale, il popolo dei sacramenti, forse la parte più sana del cattolicesimo italiano, è certo in grado di ispirare comportamenti quotidiani esemplari ma non può competere con le grandi agenzie di formazione dell’opinione pubblica e di organizzazione sociale. E il “renzismo” non dispone (ancora?) di uno schema solido in grado di inaugurare una nuova stagione, nonostante la finestra di opportunità. C’è dunque un nuovo rischio di deriva mediatica: contro le sue stesse intenzioni Papa Francesco diventa un’icona pop, meno divisiva di altre ma esposta come tutte le altre alla fragilità dei meccanismi mediatici. Un grande rischio, forse il più grande: il cattolicesimo come bene di consumo religioso e basta. E’ questo il vero problema della Chiesa italiana dopo la prolusione di Bergoglio. Lo spazio per il laicato si riespande soprattutto in termini di responsabilità. La politica – ridimensionata in ogni sua pretesa sovranista - può tornare ad essere traino di cambiamento anche ecclesiale, come nella grande stagione degasperiana. Chi è in grado di raccogliere la sfida?

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