Becchetti2

9AGO2014 No euro, keynesiani, rigoristi (supply side). Guida alle tre scuole di pensiero (revisited dopo commenti sui social) E’ possibile offrire una sintetica guida al dibattito economico di questi tempi con un eroico tentativo di semplificazione? Ripropongo ed integro vecchio post dopo un pò di commenti sui social. Nelle proposte di soluzione della crisi economica del paese si fronteggiano furiosamente tre scuole di pensiero: i no euro, i keynesiani e i “rigoristi”. Per i no euro la crisi dipende dal fatto che con l’ingresso nell’euro ci siamo legati ad un’economia (quella tedesca) troppo forte per noi. Il tasso di cambio era la naturale camera di compensazione tra due sistemi che viaggiano a velocità diverse tramite le svalutazioni competitive. Esso consentiva all’economia più debole di compensare la sua minor forza. Una variazione del cambio aggiusta simultaneamente tutti i prezzi relativi tra un paese e l’altro ed è dunque un meccanismo automatico di reazione soprattutto in presenza di shocks. La mancanza di questa valvola di compensazione rende impossibile la ripresa del paese. Un sistema di cambi fissi adottato da economie con forza diversa crea necessariamente squilibri della bilancia commerciale facendo crescere il debito estero e produce recessione nell’economia debole costringendola ad un aggiustamento che può avvenire soltanto attraverso una deflazione di salari e prezzi che deprime ulteriormente la domanda e aggrava la condizione debitoria. Per i keynesiani la crisi dipende essenzialmente da un gap di domanda aggregata (non solo di beni di consumo ma anche di beni d’investimento). Le imprese non vendono, non assumono e non investono e l’economia è bloccata. Per sbloccarla si può e si deve far leva su politiche monetarie e fiscali espansive. Poiché siamo nell’eurozona e il nostro debito è molto elevato tali politiche non possono che essere condotte a livello europeo. In particolare la BCE dovrebbe seguire l’esempio d’oltreoceano dove l’espansione monetaria americana ha consentito a quel paese di uscire rapidamente dalla crisi finanziaria globale facendo ripartire la crescita e riportando la disoccupazione ai livelli pre crisi. Le estreme conseguenze della politica monetaria espansiva sconfinerebbero verso la Modern Monetary theory che sostiene essenzialmente che bisogna stampare più moneta possibile senza temere in un’economia globale la ripartenza dell’inflazione. La BCE potrebbe finanziare un piano Marshall europeo e dunque politiche fiscali molto più espansive. E potrebbe, volendolo, risolvere il problema del debito acquistando la quota in eccesso ristrutturandolo a tassi più bassi e con scadenze a lunghissimo termine rimborsate da ciascun paese con i proventi da signoraggio (il piano PADRE di Wyplosz). L’Ue dovrebbe inoltre mettere in piedi un sussidio europeo di disoccupazione che fungerebbe da meccanismo di stabilizzazione automatico compensando la crisi di domanda nei paesi in recessione. La penalizzazione per gli squilibri di bilancia commerciale dovrebbe essere simmetrica per i paesi in surplus e quelli in deficit. Della scuola di pensiero rigorista esiste una versione hard e una soft. Quella hard del “rigorismo espansivo” è stata sconfessata dagli stessi sostenitori perché irrealistica e non suffragata dai dati. Si sosteneva che la riduzione della spesa pubblica sarebbe stata di per sé espansiva perché i cittadini avrebbero anticipato futuri tagli di tasse iniziando ad aumentare la loro domanda subito. Questo non è accaduto e i rigoristi hanno ripiegato su una versione più soft. Essenzialmente la logica di fondo resta la stessa. Dobbiamo correggere i difetti strutturali del sistema paese (corruzione, inefficienza burocrazia e giustizia civile, istruzione, ict) perché per stare bene dentro l’euro dobbiamo diventare come i tedeschi e possiamo farlo (esattamente quello che i no euro ritengono impossibile). Sul lato della finanza pubblica i rigoristi pensano che i tagli di spesa sono necessari per poter ridurre di pari entità le tasse su cittadini ed imprese e far così ripartire l’economia. Viste le caratteristiche di questa scuola di pensiero possiamo anche definirla supply side. La parte più interessante sono le critiche che le scuole di pensiero si fanno l’un l’altra. Le critiche ai no euro sono che l’uscita e la forte svalutazione del cambio produrrebbe effetti disastrosi su spread e inflazione, che nell’economia globale le svalutazioni competitive non sono più così efficaci, che si può uscire dalla crisi senza rischiare con l’uscita dall’euro. I no euro criticano i keynesiani dicendo che l’abbandono dell’austerità e le politiche fiscali e monetarie espansive finirebbero per alimentare gli squilibri di bilancia dei pagamenti. L’aumentata domanda finirebbe per riversarsi prevalentemente verso i beni dell’economia più forte dell’eurozona (l’elasticità della domanda delle importazioni al reddito in Italia è attorno a 2 e quindi l’effetto dell’aumento di reddito sull’import sarebbe più che proporzionale) riproponendo quegli squilibri, gonfiando il debito estero e costringendoci a nuovi aggiustamenti. I supply side criticano i keynesiani dicendo che le politiche monetarie espansive alimentano bolle speculative e l’equilibrio fiscale è fondamentale per evitare l’esplosione del debito. I keynesiani criticano i rigoristi e la supply side dicendo che la loro proposta (tagli di spesa e tagli di tasse di pari entità) non è altro che una manovra di moltiplicatore di bilancio in pareggio alla rovescia ed avrebbe pertanto effetti di per sé recessivi. Una replica possibile della supply side a questa critica è che in globalizzazione viviamo in economie aperte dove le imprese fanno arbitraggio cercando di stabilirsi laddove il prelievo fiscale è minore. E dunque l’effetto espansivo di una riduzione del prelievo fiscale sarebbe amplificato da questo fenomeno. I keynesiani inoltre criticano i rigoristi documentano come le politiche di austerità abbiano prodotto esattamente l’esito contrario rispetto a quanto atteso con un’esplosione dei rapporti debito/PIL. Affermando che per migliorare le condizioni della finanza pubblica bisogna innanzitutto far ripartire il denominatore. In un certo senso i no euro e i keynesiani pensano che le dinamiche macro siano quelle dominanti (politica del cambio, fiscale e espansiva) mentre i supply side sono concentrati soprattutto sulla logica micro. Per i primi pertanto i problemi si risolvono in Europa, per i secondi non c’è bisogno di scomodarla perché basta fare bene i compiti a casa. I primi ritengono che possiamo recuperare il gap di qualità con l’economia tedesca, i secondi no. E voi di che scuola siete ? Tutti da una parte oppure un po’ più fuzzy (in percentuali maggiori o minori per le diverse scuole?) Perché la realtà potrebbe essere fuzzy (ci possono essere posizioni miste keynesiane-supply side e posiz. miste no euro-keynesiane o no euro- supply side fermo restando che per i no euro il primo punto è il recupero del tasso di cambio). Ovvero potrebbe volerci un po’ di tutti e tre gli ingredienti per risolvere il problema. O forse no perchè alcuni degli ingredienti cozzano tra di loro e, secondo alcune scuole, alcune soluzioni sono condizione necessaria per la soluzione. E poi, se leggiamo il tutto con gli occhi della nascente economia civile in una prospettiva dove l’obiettivo e il ben-vivere e una creazione di valore economico socialmente ed ambientalmente sostenibile quale delle tre scuole è più orientata al bene comune e al progresso della felicità pubblica e della soddisfazione e realizzazione di vita di ciascuno ? Il dibattito è aperto. Commentate, criticate ed integrate se volete.

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