Armillei su Europa sulla cultura politica del Pd

Risposta a Giacomelli e Garofani Quale Partito democratico senza cultura liberale? Il confronto televisivo tra i candidati alle primarie ha mostrato con grande evidenza l’attualità della questione dell’identità del Pd. A maggior ragione in questa fase, cruciale per definire la reale credibilità di governo del Pd, il rapporto tra cattolicesimo politico e sinistra esige un ripensamento dello spazio della tradizione liberale. Con una formula, forse troppo sintetica ma efficace, è ancora il rapporto tra cattolicesimo liberale e sinistra di governo la chiave per fare previsioni sulle potenzialità riformiste della politica italiana. Il progetto originario del Pd cercava di dare contenuti e volti a questa chiave. In modo aperto, continuamente aggiornabile, ma a partire da una convinzione: la fine dell’era socialdemocratica e l’impossibilità quindi di leggere la nascita del Pd come alleanza tra culture tramontate, vincenti nella seconda metà del novecento ma inutilizzabili nell’era del true progressivism. La vecchia tradizione socialdemocratica europea continentale e una certa declinazione statalista del cattolicesimo democratico sono tra queste. Il dialogo sulle pagine dell’Unità del 9 e del 13 novembre tra gli ex dc Garofani e Giacomelli, ora Pd vicini a Franceschini, e Stefano Fassina sembra invece andare nel suo complesso in una direzione diversa. L’idea che si intuisce dietro le loro parole è l’idea di un Pd che nasce, sintetizzando, per l’incontro tra le culture politiche della sinistra dc e del Pci. Nascondendo così nei fatti ogni riferimento alle trasformazioni della sinistra di governo nelle democrazie avanzate e alla riscoperta del mercato e della poliarchia come strumenti di allargamento delle opportunità. Con esiti facilmente prevedibili: una sintesi non priva di contenuti neodirigisti, nella quale le sfide della sinistra di governo in Italia sono ricacciate nel recinto dello schema dell’accordo “esterno” tra Pd e moderati. è una sintesi che porta ad una serie di corto circuiti. Non sembra convincere, ad esempio, il richiamo alle posizioni di Pietro Scoppola che, al contrario, di questa sintesi, è stato critico rigoroso ed equilibrato. La stessa critica alla socialdemocrazia non assume connotati innovatori: Blair e Schröder sono lì a dimostrare che quella tradizione è capace di produrre innovazione abbandonando i miti del novecento. Il riferimento alla dottrina sociale della chiesa diventa in Fassina privo di una lettura evolutiva in senso poliarchico, nella quale dalla Dignitatis Humanae alla Caritas in Veritate, passando soprattutto per la Centesimus Annus, il dialogo tra liberalismo democratico e cattolicesimo si fa sempre più sistematico, fornendo ispirazione anche per una nuova prospettiva della sinistra riformista di ispirazione cristiana. Il corto circuito produce infine un effetto politico paradossale. Finisce infatti per creare maggiore spazio per quel neo-centrismo che vorrebbe scongiurare. Ma si tratta di un paradosso apparente. Solo un’autentica vocazione maggioritaria del Pd può realizzare un sintesi in grado di parlare ai centristi, cattolici e non. Al contrario lo schema dell’alleanza tra esterna tra progressisti e moderati spinge il Pd nel bacino della vecchia sinistra socialdemocratica, aprendo un pericoloso vuoto al centro presidiabile da una proposta politica moderata che non farebbe fatica a diventare alternativa ad un Pd old labour. In questo caso, forse, anche a vantaggio del paese. Giorgio Armillei

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